ARRIVEDERCI FRATELLO MARE
NAZIM HIKMET
Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.
L’UOMO E IL MARE
CHARLES BAUDELAIRE
Sempre il mare, uomo libero, amerai!
perché il mare è il tuo specchio; tu contempli
nell’infinito svolgersi dell’onda
l’anima tua, e un abisso è il tuo spirito
non meno amaro. Godi nel tuffarti
in seno alla tua immagine; l’abbracci
con gli occhi e con le braccia, e a volte il cuore
si distrae dal tuo suono al suon di questo
selvaggio ed indomabile lamento.
Discreti e tenebrosi ambedue siete:
uomo, nessuno ha mai sondato il fondo
dei tuoi abissi; nessuno ha conosciuto,
mare, le tue intime ricchezze,
tanto gelosi siete d’ogni vostro
segreto. Ma da secoli infiniti
senza rimorso né pietà lottate
fra voi, talmente grande è il vostro amore
per la strage e la morte, o lottatori
eterni, implacabili fratelli!
* * *
DARIO VILLA
Mi ha svegliato, nel cuore
del pomeriggio,
una magica glissa del cariglione
del tv del vicino.
Per un’ora ho fantasticato
sul mondo.
Mi lascio vivere,
dismemoro rammemoro, non so
più in che meravigliosi luoghi ieri
ho lasciato il mio seme.
* * *
greve come un leopardo nella notte,
strana come un varano nella frutta,
enigmatica come un’autobotte,
limpida come un’ampolla distrutta;
ridotta alle dimensioni di un filo,
dilatata, afflitta, defilata,
diretta verso le foci del nilo,
espulsa scoria, espunta, obnubilata;
giardiniera d’interni, inaridita,
che pota il secco liquore dei rami,
agile maga d’aghi che, scucita,
satura il rotto tessuto in ricami;
eretta come pilastri di guano,
ghiaccio vertiginoso sciolto in canto,
muta così, bella come la mano
di un suicida che non getta il guanto
I PAZZI RIDONO DI NOTTE
MICHELA ZANARDELLA
Intorno a me follie bellissime
rovesciano la mente
e mi schiantano nel buio
ad imparare l’assurdo.
I pazzi ridono di notte
e non importa il gioco di una rima
o la croce di un mondo
che condanna.
Più ridono del rumore
del loro orizzonte,
mentre abbracciano ghiaccio
e confuse lacrime,
più intrecciano libertà
ad alberi e saggezza.
Pure il mio spirito
è gola e bocca
per carestie di ragione.
Noi, maledetti nel sangue
e nel midollo,
sappiamo rotolare tra gli abissi
e ritardare il grido della morte,
stringendo tra i denti altri cieli.
* * *
THIERRY METZ
Non eri venuto per tanta chiarità
tu nomade del respiro
portato dallo strumento alla deriva
sotto il soffitto del perché
andavi da un giorno all’altro
per appianare la sete
rischiarla a monte del libro
all’altezza del fogliame
e solo – con il lampo –
per sopravanzare l’oracolo.
* * *
Dov’è il fratello alchemico
uomo della prima
dell’ultima cena
dalla voce scarlatta, lieto
nell’avvampare delle mani
sulla tavola inventata
il volto in fiamme
come un’alba
come acqua
che si ritira meravigliata
come una notte
che si consuma
in oscura creta
il volto
come un uccello semplificato
VIATICO
CLEMENTE REBORA
O ferito in fondo alla piccola valle,
avrai chiesto aiuto con molta insistenza
se tre compagni di guerra integri
morire per te che quasi più non eri vivo.
Tra melma e sangue
come un albero abbattuto
e il tuo lamento straziante continuava,
senza pietà per noi rimasti in vita
a contorcerci perché non vedevamo l’ora che finisse,
velocizza la tua morte,
tu solo puoi mettere fine a questa sofferenza,
e ti sia di conforto
nelle tue condizioni di demenza ma ancora cosciente
in questo momento di attesa della morte
l’intorpidimento della sensibilità,
ma ora devi attendere quel momento in silenzio –
grazie, fratello.
FORSE IL CUORE
SALVATORE QUASIMODO
Sprofonderà l’odore acre dei tigli
nella notte di pioggia. Sarà vano
il tempo della gioia, la sua furia,
… quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo d’un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta: forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;
forse il cuore ci resta, forse il cuore …
IL POETA CHIEDE AL SUO AMORE DI SCRIVERGLI
FEDERICO GARCIA LORCA
Amor delle mie viscere, viva morte,
invano aspetto tue parole scritte
e penso, con il fiore che appassisce,
che se vivo senza di me voglio perderti.
Il vento è immortale. La pietra inerte
non conosce l’ombra né la vita.
Cuore interiore non ha bisogno
del miele gelato che la luna versa.
Ma ti ho sopportato. Tagliai le mie vene,
tigre e colomba sulla mia cintura
in un duello di morsi e di gigli.
Calma, dunque, con parole la mia follia
o lasciami vivere nella mia serena
notte dell’anima ormai per sempre oscura.









