LA DANZATRICE STANCA
EUGENIO MONTALE
Torna a fiorir la rosa
che pur dianzi languia…
Dianzi? Vuol dire dapprima, poco fa.
E quando mai può dirsi per stagioni
che s’incastrano l’una nell’altra, amorfe?
Ma si parla della rifioritura
d’una convalescente, di una guancia
meno pallente ove non sia muffito
l’aggettivo, del più vivido accendersi
dell’occhio, anzi del guardo.
È questo il solo fiore che rimane
con qualche merto d’un tuo Dulcamara.
A te bastano i piedi sulla bilancia
per misurare i pochi milligrammi
che i già defunti turni stagionali
non seppero sottrarti. Poi potrai
rimettere le ali non più nubecola
celeste ma terrestre e non è detto
che il cielo se ne accorga. Basta che uno
stupisca che il tuo fiore si rincarna
a meraviglia. Non è di tutti i giorni
in questi nivei défilés di morte.
* * *
GABRIELE D’ANNUNZIO
Quando (al pensier, le vene mi tremano pur di dolcezza)
io mi partii, com’ebro, dalla sua casa amata,
su per le vie che ancóra fervean dell’estreme diurne
opere, de’ sonanti carri, de’ rauchi gridi,
tutta sentii dal cuore segreto l’anima alzarsi
cupidamente, e in alto, sopra le anguste mura,
fendere l’ignea zona che il vespro d’autunno per cieli
umidi, tra nuvole vaste, accendea su Roma.
Non era in me certezza dell’ora, dei luoghi. Un fallace
sogno teneami? O tutte della mia gioia consce
eran le cose e in torno rendevano insolito lume?
Io non sapea. Le cose tutte rendevan lume.
Tutte le nubi ardeano immote: qual sangue da occisi
mostri, rompea da’ loro fianchi un vermiglio rivo.
Lieta crescea la strage per l’erte de’ cieli, sì come
per infiammati boschi gesta d’immite arciero.
Agile dalle gote capaci il Tritone a que’ fochi
dava lo stel dell’acqua, che si spandea qual chioma.
Tremula di baleni, accesa di porpora al sommo,
libera in ciel, la grande casa dei Barberini
parvemi qual palagio ch’eletto avrei agli amori
nostri; e il desìo mi finse quivi superbi amori:
fulgidi amori e lussi mirabili ed ozii profondi;
una più larga forza, una più calda vita.
– Sonvi – dicea la folle Chimera il cuor mio torcendo –
sonvi più dolci frutti, altri ignorati beni! –
– Datemi – il cuor dicea – voi datemi, occhi soavi,
la mai goduta ebrezza, lo sconosciuto bene! –
Alta dal cuor balzavami l’anima. A sommo dell’erta,
in su ‘l quadrivio, argute risero le fontane.
Freschi dal Quirinale co ‘l vento mi giunsero effluvi:
rosea m’apparve, al fondo, Santa Maria Maggiore.
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daElegie romane
SONETTO DI PRIMAVERA
UMBERTO SABA
Città paesi e culmini lontani
sorridon lieti al sol di primavera.
Torna serena la natia riviera.
Sono pieni di canti il mare e i piani.
Io solo qui di desideri vani
t’esalto, mia inesperta anima altera;
poi stanco mi riduco in sulla sera
alla mia stanza, e incerto del domani.
Là seggo sovra il bianco letticciolo,
e ripenso a un’età già tramontata,
a un amor che mi strugge, all’avvenire.
E se nell’ombra odo la voce amata
di mia madre appressarsi e poi morire,
spesso col pianto vo addolcendo il duolo.
LIMITE
SYLVIA PLATH
La donna ora è perfetta
Il suo corpo
morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca
fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi
nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.
I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,
presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti
di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino
s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.
La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.
È abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.
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Febbraio 1963, poesia scritta poco prima di morire
È stata una poetessa e scrittrice statunitense (1932-1963). Conosciuta per le sue poesie, scrisse il romanzo semi autobiografico “La campana di vetro” sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas









