a cura di FILIPPO SENATORE

Già direttore responsabile di Lettera ai Compagni, periodico fondato da Ferruccio Parri nel 1969. Correttore, archivista e bibliotecario al Corriere della Sera, dal 2003 collabora come giornalista per diversi dorsi della testata e con Giovanni Russo al volume Nella Terra Estrema (Rubbettino 2013).
Ha scritto una nota biografica di Carlo Ludovico Ragghianti per il libro di Vittorio Cimiotta La rivoluzione etica (Mursia 2013). Ha pubblicato poesie, Noi e i ragazzi del Portnoy (Eliodor 2007), Pandosia (Manni 2009) e prosa, Cantiere Expo (Biblioteca Albatros 2015), La leggenda del santo correttore (Biblioteca Albatros 2019), Hotel Terlinck 1936 con Sabina Mignoli (LibertatesLibri 2021).
Docente di Bel Canto alla Società Umanitaria di Milano, ha tenuto seminari di Storia Contemporanea al Circolo Filologico di Milano.
Erminia Romano
la prima donna direttrice d’orchestra lo scorso secolo
Giovanna Tatò, giornalista e inviata speciale Rai, in precedenza all’Agi, L’Espresso e La Repubblica, ha scritto il memoriale Porte Chiuse – Lettera ai genitori. Erminia Romano – Tonino Tatò 1921-2021, Maurizio Vetri editore. Nel suo racconto l’autrice intreccia la memoria privata con la storia del Novecento italiano. Offre una riflessione su temi come la parità di genere, l’etica pubblica e la cultura come motore di cambiamento. Il papà Tonino Tatò, partigiano, intellettuale, sindacalista per oltre quindici anni è stato stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. Figura centrale del PCI è stato definito l’ombra di Enrico per la sua discrezione e il rigore morale.

Nel 1943 la mamma di Giovanna, Erminia Romano, si stava perfezionando in pianoforte e composizione con il celebre compositore Alfredo Casella quando interruppe gli studi musicali per fare la partigiana. Durante l’attività clandestina conobbe Tonino amico di suo fratello Vincenzo che aveva chiesto di rifugiarsi in casa Romano per sfuggire ai fascisti. Così sbocciò l’amore. Seguì il matrimonio inizialmente contrastato dai familiari e la nascita dei figli. Primogenita Giovanna. I primi anni la famiglia attraversò un momento economico difficile.
Erminia fu costretta a vendere il suo pianoforte a coda. Ma lei non aveva mai mollato gli studi musicali. È stata la prima donna diplomata in direzione d’orchestra all’Accademia di Santa Cecilia di Roma. Siamo in un’epoca in cui la direzione d’orchestra era appannaggio esclusivamente maschile. Dal 1953 al 1955 Erminia Romano seguì i corsi di perfezionamento all’Accademia Chigiana di Siena col maestro olandese Paul van Kempen. Riconobbe in lei la migliore allieva nel dirigere la Quinta di Beethoven.
Di coraggio Erminia Romano ne ha avuto molto vincendo spesso la diffidenza dei musicisti maschi come per esempio del direttore Franco Ferrara contrario alla sua carriera e del pianista Arturo Benedetti Michelangeli che rifiutò la direzione d’orchestra della Romano in un concerto già programmato. Ci furono porte chiuse come ricorda la figlia Giovanna. Con la sua tenacia e perseveranza Erminia ottenne a fatica la direzione dell’orchestra di Santa Cecilia, dell’orchestra Alessandro Scarlatti di Napoli e dell’orchestra Rai di Milano. Un quotidiano tedesco di Jena consacrò il successo europeo di Erminia il 30 ottobre 1965. Lei diresse uno dei maggiori pianisti del Novecento Dino Ciani in un memorabile concerto romano alla basilica di Massenzio.
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IL CRITICO DELL’UNITÀ ERASMO VALENTE SCRISSE
Intensa, poi la partecipazione della Romano protesa nel concerto di Chopin nel ricercare e sottolineare con intelligenza i valori strumentali della giovanile partitura.
Un impegno totale al quale si è affiancato quello del giovanissimo Dino Ciani emerso alla ribalta internazionale.
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Nella molteplice attività musicale Erminia Romano non trascurò la saggistica. Un suo scritto è dedicato al ricordo del direttore d’orchestra novarese Guido Cantelli. Riportiamo un frammento del suo saggio.
“A dieci anni dalla sua morte – avvenuta all’aeroporto di Orly il 24 novembre 1956, proprio nel momento in cui aveva raggiunto l’apice della sua carriera con la nomina a Direttore stabile e artistico del Teatro alla Scala – scrivere su Guido Cantelli, superando ogni senso di commozione viva per la perdita umana di un amico fraterno e di un collega generoso e altruista, significa tentare di dare una collocazione della sua esperienza artistica e umana, nei suoi significati più profondi sia sul piano specifico dell’arte che nel contesto storico e culturale che gli sono propri: gli anni sconvolti dell’ultimo dopoguerra”.
Così il destino chiude le porte al genio musicale trasfigurando nella nemesi di una fragile esistenza.
Erminia Romano insegnò per anni al conservatorio di Santa Cecilia e all’Università di Salerno con grande fatica. Ottiene conferme annuali inizialmente precarie dovute alla sua condizione di donna. Si dedicò alla scoperta di musiciste del ‘600 come Barbara Strozzi. Fu anche anche promotrice della musica femminile del Novecento. Memorabile il concerto Le Compositrici Contemporanee, da lei ideato, andato in onda il 6 marzo 1966 sul secondo canale della Rai con la partecipazione, come solista, di Marcella Crudeli. Oggi è pianista di fama internazionale.
Erminia Romano in quella occasione diresse musiche composte da Sandra Caratelli Surace, Giulia Recli, Claude Arrieu e Norma Beecroft. La scelta del repertorio della musica poco eseguita o inedita è stata per lei una missione divulgativa al servizio del pubblico. Ermina Romano morì improvvisamente nel pieno della sua intensa attività culturale il 27 maggio del 1987. Anche il tempo ha chiuso le porte al ricordo di un talento. Dopo anni le donne hanno avuto accesso più facilitato alla direzione d’orchestra. Ermina è stata una pioniera che andrebbe onorata con i versi di Dante.
Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte.
La riscoperta delle sue composizioni, dei saggi e delle lezioni frutto di anni di studio e di perfezionamento dovrebbe stimolare il mondo accademico sulla prolifica stagione del Novecento.
La naturale predisposizione di bambina prodigio non è bastata a Erminia. Ha cercato nell’età adulta di rompere gli steccati di discriminazione di genere riuscendo a raggiungere traguardi inaspettati. La figlia Giovanna ricorda la ferrea volontà di studio e le ore di lavoro intenso. Rinunciò a tante cose, senza trascurare le tenerezze ai figli, pur di andare oltre le porte chiuse volando come un angelo nel mondo dei suoni e dei canti.
La musica non potrà mai essere fermata nonostante l’assedio
Katerìna sposa Zinovij, figlio del ricco mercante Barìs Timafjeev. Ben presto la donna diventa insofferente alle rigide regole imposte dal suo nuovo status sociale; intraprende così una relazione clandestina con Sergeji, stalliere della magione dove vive. Scoperta dal suocero, la donna lo uccide avvelenandolo. Successivamente il suo amante Sergeji uccide il marito e diventa ufficialmente l’uomo di casa. Scoperta la tresca Sergeji e Katerìna vengono condannati ai lavori forzati e deportati. Poiché Katerìna aveva cercato di scaricare la responsabilità degli assassini sull’amante, Sergeji la allontana. La umilia amoreggiando apertamente con altre condannate, in particolare con la giovane Sonetka.
Durante il viaggio verso la Siberia, Katerìna aggredisce la sua rivale. Le due finiscono nelle acque di un fiume gelato, morendo entrambe. Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk dalla omonima novella dello scrittore russo Nikolaj Leskov del 1864 è un’opera del giovane compositore russo Dmitrij Šostakovič. Aveva sperimentato in precedenza l’opera lirica con vari tentativi. La scelta di questo racconto lo aveva coinvolto emotivamente e profondamente.
Il testo è rimodellato sulla scia del futurismo sovietico dallo stesso musicista autore del libretto con Aleksandr Preis. Viene confezionato musicalmente con grande maestria. Il titolo contiene due parole con una assonanza (Mc). Ironicamente allontana la similitudine tra la protagonista Katerìna Izmaìlava, giovane erede di una famiglia borghese russa e la protagonista del dramma di Shakespeare. Due temperamenti opposti.
Man mano che l’Opera si materializza il compositore ne scrive pubblicamente su riviste musicali con ardore. È entusiasta della nuova cultura sovietica. Šostakovič era nato nel 1906 e il padre Dmitri Boleslavovich era un fervente socialista rivoluzionario amico di Lenin. Quando il capo della rivoluzione rientrò dall’esilio nell’aprile del 1917 ad accoglierlo furono gli amici più fidati. Tra questi Dmitri Boleslavovich che portò con sé ad abbracciare Vladimir Il’ic il figlioletto Dmitrij. La rivoluzione di ottobre ebbe un impatto di entusiasmo tanto quando la passione musicale del piccolo Dmitrij.



Questa opera è una delle opere più censurate della storia della lirica. Lady Macbeth del distretto di Mcensk è tornata alla Scala per la terza volta, dopo l’edizione diretta da Myung-Whun Chung nel 1992 e quella del 2007 con Kazushi Ono sul podio. La prima assoluta iltaliana risale al 1947 alla Fenice di Venezia con la scenografia memorabile di Renato Guttuso. Quella di quest’anno, è diretta da Riccardo Chailly con la regia molto discutibile di Vasily Barkhatov. Si è meritata dieci minuti di applausi del pubblico.
Il successo è condiviso dagli altri interpreti con la ottima voce di Sara Jakubiak come Katerina Izmajlova e quella di Alexander Roslavets del suocero Boris, poi Yevgeny Akimov che interpreta il marito di Katerina e Najmiddin Mavlyanov l’amante Sergej.
Su versante televisivo la diretta Rai ha avuto lo smacco del calo vistoso degli ascolti. Non si era mai visto in una opera lirica. Demerito dei conduttori? Prima ancora della diretta preannunciavano scene violente da consigliare a un pubblico adulto. Perciò il cambio canale si è intensificato anche negli adulti con la presenza di ospiti poco competenti. Infilavano elogi banali senza grande entusiasmo. Come commentare una partita di calcio parlando di rugby!
Lady Macbeth del distretto di Mcensk è un’opera di forte impatto emotivo, sostenuta da una musica cinica e provocatoria. Al centro una ragazza che si trasforma in assassina. È la vittima di un sistema familiare oppressivo e di uomini che la umiliano psicologicamente e fisicamente. Una figura completamente diversa dalla Lady Macbeth shakespeariana, priva di sentimenti. Dopo l’esordio il 22 gennaio 1934 a Leningrado l’opera verrà eseguita per due anni senza interruzione con una intensa programmazione. La portò a un successo popolare incredibile che la consacrò anche all’estero. Dmitrij Šostakovič musicista di fama internazionale diventò così molto noto e osannato dal popolo solo per meriti artistici.
Sulla Pravda del 28 gennaio 1936 col titolo Caos anziché musica apparve un articolo di critiche e ingiurie contro l’opera sopraddetta tacciata come piccolo-borghese. L’anonimo fu così autorevole, forse lo stesso Stalin, al punto che sia l’autore sia l’opera caddero nell’oblio. Šostakovič continuò a comporre cercando di eliminare stili troppo rivoluzionari. Durante l’assedio di Leningrado da parte dei tedeschi scrisse la Sinfonia, dedicata alla sua città, la numero 7. Attraversò i confini dell’assedio portando con il canto il profumo della libertà. Una rivincita dell’autore solo in quel momento storico che non fu ostacolata dalla propaganda!
Dopo la morte di Stalin nel 1953 il compositore tornò nelle grazie del regime. Riesce a riproporre l’opera censurata con molti rimaneggiamenti. È il ritorna sulla scena internazionale. Non sostenne apertamente il dissenso sovietico e morì nel 1975. Di lui dopo 50 anni rimane non solo la musica commovente della colonna sonora dell’omonimo film Amleto. Non dimenticheremo quello slancio dei manifestanti che abbiamo visto in Piazza Scala militarizzata il 7 dicembre scorso. Ragazze e ragazzi sono stati costretti da una recinzione ridicola in compagnia di orchestrali e maestranze della Scala. C’erano cartelli di protesta e soprattutto bandiere palestinesi contro il genocidio a Gaza. Non mancavano scritte ironiche contro la giunta Sala.
Dalla vocazione palazzinara alla metropolitana di Tel Aviv con la partecipazione di Metropolitana Milanese! Un teschio disegnato dai ragazzi di Piazza Scala rimanda al cranio che interroga Amleto. La verità di Dmitrij Sostakovic vessato da Stalin così come il silenzio complice sulla Palestina non potranno mai essere imbavagliati né contenuti. La musica, nonostante le transenne nostrane, continuerà a volare libera nei cieli milanesi.
Auguri di pronta guarigione al maestro Riccardo Chailly dopo il malore del 10 dicembre scorso.
FIGLIO, NON SEI PIÙ GIGLIO
Melologo a due voci
in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne del 25 novembre
Nella prassi teatrale la sua continua elaborazione si arricchisce di trame sorrette da paradossi e logica. Immaginiamo un Otello diverso rispetto a quello narrato da William Shakespeare. Sullo sfondo un personaggio nuovo che potrebbe continuare a vivere e recitare con una successione cronologicamente simile all’Enrico IV del medesimo autore. Immaginiamo dunque che Otello anziché suicidarsi dopo l’uxoricidio si sia dato alla macchia e abbia incontrato sua mamma.
Immaginiamo che la mamma anziché giustificare il Moro di Venezia del vile gesto criminale si sia messa dalla parte di Desdemona, vittima innocente di femminicidio. Ecco realizzato un nuovo dramma classico e allo stesso tempo attuale Figlio non sei più giglio grazie a un’idea di Daniela Poggi realizzata testualmente dalla autrice e regista Stefania Porrino.
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Tutti i testi teatrali e cinematografici hanno riguardato quasi sempre la vittima del femminicidio senza tenere conto di un’altra ferita che riguarda la mamma del reo, uccisore di un’altra donna.
Daniela Poggi
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Una presa di posizione intransigente diventa la confessione di un fallimento per non avere saputo prevenire le propensioni criminaloidi dei bravi ragazzi. La mamma dell’assassino è a sua volta vittima schiacciata dai sensi di colpa. Purtroppo nella cronaca giudiziaria non mancano le violenze fisiche.
La prosa si arricchisce di musica nella forma del melologo – un genere musicale nato nel XVIII secolo – che unisce il canto con il parlato. Stefania Porrino ha voluto così dare una veste musicale a Figlio non sei più giglio. Il pianto della Madonna di Jacopone da Todi dà lo spunto al titolo con una inversione dei ruoli. La Madonna è la mamma della vittima in croce. La Maria di Daniela Poggi è la mamma del carnefice che, eroicamente contro corrente, cerca il distacco dal figlio per approdare alla pietà verso la vittima che è la compagna del reo a sua volta madre portatrice di vita.
Il dramma in forma epistolare si svolge in una successione scenica di un solo lungo atto che sviluppa un maggiore accento emotivo con la musica scritta ed eseguita da Mariella Nava che serve anche per il passaggio tra un monologo e l’altro. Daniela Poggi che ha retto quasi tutta la recita in alcuni momenti duetta con la musicista che incarna la mamma di un ragazzo modello. Questi momenti tragici mettono il pubblico in difficoltà per la scomoda narrazione dei fatti e dettagli in cui molti genitori si ritrovano.
Maria inchioda il figlio di fronte alle sue responsabilità senza sconti. Confessa di non avere capito il sadismo di lui con gli animali o di avere sorvolato su alcuni comportamenti strani. Mette in guardia la mamma del figlio modello, implorandola di monitorare il modo di essere degli adolescenti non sempre limpido.
Capita spesso di sentire le mamme di oggi difendere i propri figli tutti bravi ragazzi anche quando arrivano le trasgressioni che trasmodano nel teppismo o nel crimine. Poggi e Porrino hanno avuto il colpo di genio che spiazza e mette in crisi molte certezze. Alla maniera di Giordano Bruno questo modo di fare teatro è una visione dell’universo in cui i personaggi, attraverso l’immaginazione e la memoria, esplorano la propria coscienza e la sua natura. La scenografia è essenziale con oggetti personali sapientemente usati nelle pause di silenzio con mimiche che ricordano i compianti lignei medievali delle devozioni passionali.
Con Figlio non sei più giglio Daniela Poggi si conferma attrice drammatica di gran talento che porta lo spettatore in una dimensione di forte impatto emotivo. Si avverte un senso di amarezza del fallimento delle umane cose e ci si smarrisce di fronte a fatti bestiali che non sono più una eccezione ma una pericoloso deriva collettiva. Ai giorni nostri Maria potrebbe essere la mamma di un soldato che stupra e massacra bambini e non contento in tempo di pace uccide i familiari più intimi.
Alla fine del dramma le due mamme sul palcoscenico cercano di comprendersi e far capire con un’enfasi di redenzione una speranza. Al terzo anno di recite Figlio non sei più giglio ha consolidato il proprio successo lo scorso 10 novembre al teatro Manzoni di Roma con applausi e ovazioni lunghissime. In occasione della Giornata contro la violenza sulle donne del 25 novembre lo spettacolo è arrivato al cineteatro San Gaetano di Pantelleria. Il pubblico isolano ha consacrato ancora una volta il successo di un’opera teatrale sottesa alla riflessione con gli stessi ingredienti di Aristotele.
suscitare pietà e paura fino alla purificazione catartica
LA REGINETTA DI LEENANE
di MARTIN MCDONAGH
La Reginetta di Leenane, testo teatrale di Martin McDonagh in cartellone a Milano in questi giorni al Teatro Franco Parenti, ha debuttato a Galway nel 1996. Primo dramma di una trilogia fortunata ha consacrato il successo dell’autore di origine irlandese. La struttura del testo, non la trama, ricorda il Trovatore, melodramma verdiano dove l’azione pur essendo quasi inesistente ha un moto circolare di autodistruzione. I personaggi sono quattro come nel repertorio dell’opera.
McDonagh memore del teatro di Ionesco e di Beckett mette di suo l’ironia tagliente che diventa comicità che trasmoda in cattiveria. Come spesso accade gli attori mettono in gioco loro stessi accentuando coll’espressione le parole del testo. La madre, Ivana Monti, sembra fare di tutto per sabotare la felicità della figlia, Ambra Angiolini, trattenendola a sé con stratagemmi meschini. La prima riceve da subito il disprezzo del pubblico mentre la seconda, la simpatia. Ma nel finale si mette tutto in discussione perché la verità indaga nel non detto.
Come in una poesia di Berthold Brecht si staglia una mite luce che mistifica la violenza. Disagio sociale e disperazione vorrebbero significare ribellione o fuga. I vincoli morbosi del sangue trattengono i protagonisti in rituali fatti di squallori e abiezioni. Si soffoca davanti a una stufa perennemente accesa e complice degli inganni. Un tempo c’era mai stata armonia? Forse no. Ora la soppressione di un personaggio innesca la sostituzione del presunto carnefice. La storia privata e marginale di un villaggio remoto irlandese diventa così l’emblema di una terribile nemesi storica del presente.
Il carnefice è sempre lì con motti sadici e comici a ricordare di finire il lavoro, di richiamare sangue al sangue senza pietà e senza umanità. Il regista Raphael Tobia Vogel è impeccabile nella ricostruzione degli ambienti e degli oggetti di un mondo perduto. Si incastrano in un moto interiore dei protagonisti pronti a brandire la disperazione. La fragilità si spoglia e non sa cercare se non la disperazione.
