Lamberto Bertolé •° Assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano

In questi anni ho incontrato migliaia di persone e attraversato molti luoghi di Milano. Centri di accoglienza e case di quartiere, servizi sociali e doposcuola, comunità per minori, centri per persone senza dimora, strutture per anziani e persone con disabilità. Ho parlato con operatori sociali, volontari, famiglie, ragazzi, persone arrivate da altri Paesi.

Sono luoghi e incontri molto diversi tra loro. Ma, con il tempo, mi sono accorto che mi riportavano spesso alla stessa domanda: quanto è giusta la città nella quale viviamo?
Il libro Città giuste. Politica, diritti e welfare nel tempo delle disuguaglianze nasce da qui.

città giuste

Non volevo scrivere un bilancio dei miei anni da assessore al Welfare e Salute di Milano, né un catalogo delle cose fatte. Mi interessava piuttosto provare a capire che cosa questa esperienza mi avesse insegnato sulla città e sulle sue trasformazioni. E mettere in fila alcune domande che riguardano il futuro.
Amministrare il welfare di una grande città è un osservatorio particolare. Si incontrano le persone spesso nei momenti in cui qualcosa nella loro vita si rompe o diventa più difficile. Ma proprio per questo si vedono molto bene anche i cambiamenti della società.

la nuova povertà

Prendiamo la povertà. Continuiamo spesso a pensarla come mancanza di reddito. Naturalmente lo è. Ma oggi incontriamo persone che hanno un lavoro e non riescono a pagare l’affitto. Famiglie che fino a poco tempo prima non avrebbero mai immaginato di rivolgersi a un servizio sociale. Anziani che hanno una casa e una pensione, ma non hanno più nessuno con cui parlare.
La povertà è diventata più mobile, più diffusa, più difficile da riconoscere. Può essere economica, abitativa, educativa, energetica, sanitaria, relazionale. E quasi mai queste dimensioni rimangono separate.
Lo stesso vale per la solitudine. Pensiamo subito a una persona anziana. Ma la incontriamo anche tra i ragazzi, nelle famiglie, tra chi arriva in una città senza una rete di relazioni. In questi anni mi sono convinto che sia una delle grandi questioni sociali del nostro tempo. E non la affrontiamo semplicemente aprendo un servizio in più. Servono luoghi dove incontrarsi, occasioni per uscire di casa, reti di vicinato, associazioni, sport, cultura. Serve una città che renda possibile costruire relazioni.

serve un welfare non settoriale

È anche per questo che il welfare non può più essere considerato un settore.
Le vite delle persone non sono organizzate come gli assessorati. Una difficoltà abitativa può diventare un problema educativo per un bambino. Un lavoro povero può trasformarsi in una fragilità familiare. La perdita delle relazioni può produrre conseguenze sulla salute. Una persona anziana può essere formalmente autonoma e contemporaneamente avere un enorme bisogno di qualcuno che si accorga di lei.
Se guardiamo le cose da questo punto di vista, la casa è welfare. La scuola è welfare. Lo sono lo sport, la cultura, lo spazio pubblico, la mobilità. Lo sono tutte quelle politiche che incidono sulle possibilità delle persone di vivere bene, essere autonome, costruire relazioni e partecipare alla vita della propria comunità.
Questo significa, secondo me, provare a costruire un welfare non settoriale. Non soltanto un sistema chiamato a intervenire quando qualcosa è già accaduto, ma uno sguardo con cui leggere le scelte della città.
Milano rende tutto questo particolarmente evidente.
È una città forte, attrattiva, capace di produrre innovazione, lavoro, ricchezza, cultura. È una delle ragioni per cui tanti scelgono di venire qui. Ma non possiamo raccontarne la crescita senza guardare anche alle distanze che quella stessa crescita può produrre.

governare la crescita

La domanda che dobbiamo farci è semplice: chi riesce a stare dentro questa città?
Lo vediamo con particolare evidenza sulla casa. Se chi lavora a Milano non può più permettersi di abitarci, non abbiamo soltanto un problema di mercato immobiliare. Abbiamo un problema che riguarda il modello di città. Lo stesso vale per l’accesso alle opportunità educative, alla salute, alla cultura, persino al tempo libero.
Una città può diventare più ricca e nello stesso momento più diseguale. La crescita, da sola, non garantisce la giustizia sociale. Va governata.
È una questione che riguarda direttamente la politica.
In questi anni abbiamo aumentato significativamente le risorse destinate al welfare milanese. Era necessario e ne sono orgoglioso. Ma una delle cose che ho imparato è che non basta aumentare la spesa per rispondere a bisogni che cambiano così rapidamente. Bisogna cambiare anche il modo con cui costruiamo le risposte.

il valore del lavoro sociale

Per questo considero particolarmente importante il lavoro fatto sull’amministrazione condivisa. Abbiamo chiesto a centinaia di organizzazioni del Terzo settore non semplicemente di gestire servizi decisi dal Comune, ma di sedersi con noi per leggere i problemi, mettere insieme conoscenze e progettare le risposte.
Qualcuno può pensare che sia un arretramento del pubblico. Io penso esattamente il contrario.
Un pubblico forte non è quello che pretende di sapere e fare tutto da solo. È quello che si assume la responsabilità di costruire obiettivi comuni e riesce ad attivare intorno a quegli obiettivi le energie della città.
Perché una parte enorme del welfare esiste già nelle nostre comunità.
È l’educatore che ogni pomeriggio apre un doposcuola, l’associazione che tiene vivo uno spazio di quartiere. Il volontario che accompagna una persona fragile, il vicino che si accorge che la signora del piano di sopra da qualche giorno non esce. Le migliaia di persone che lavorano ogni giorno perché qualcun altro abbia un’opportunità in più.
Le istituzioni devono essere capaci di riconoscere questa ricchezza e di metterla in relazione. Senza dimenticare una questione che considero decisiva: il valore del lavoro sociale.

la fragilità può riguardare tutti

Parliamo molto di coesione sociale, comunità, prevenzione. Ma tutto questo ha bisogno di persone. Educatori, assistenti sociali, mediatori, operatori, psicologi e professionisti della cura tengono insieme ogni giorno pezzi delle nostre città e troppo spesso lo fanno con salari e riconoscimento sociale non adeguati alla responsabilità che esercitano. Non possiamo continuare a considerare essenziale il loro lavoro e marginale il suo valore.
C’è poi un’altra convinzione che questi anni hanno rafforzato.
La fragilità non riguarda gli altri.
Nella vita può capitare a ciascuno di noi di perdere il lavoro, ammalarsi, separarsi, non riuscire più a pagare una casa, dover assistere un genitore, attraversare un momento nel quale le proprie risorse non bastano. Il confine tra chi aiuta e chi ha bisogno di essere aiutato è molto meno stabile di quanto ci piaccia pensare.

che cos’è una città giusta?

Anche per questo il welfare riguarda tutti.
E allora torno alla domanda iniziale: che cos’è una città giusta?
Non una città senza problemi e nemmeno una città che promette di eliminare ogni disuguaglianza.

È una città che non considera inevitabili le distanze.
Una città nella quale il quartiere o la famiglia in cui nasci non decidano fino a dove potrai arrivare. Diventare anziani non significhi necessariamente diventare soli. Una disabilità non impedisca di costruire il proprio progetto di vita. Arrivare da un altro Paese non condanni alla marginalità. Perdere il lavoro o la casa non significhi precipitare senza trovare una rete capace di sostenerti.
Ma soprattutto una città che non aspetti sempre che le persone cadano per occuparsi di loro.

una diversa idea di città e politica

È questo il punto politico che mi interessa di più.
Per troppo tempo abbiamo pensato al welfare come a ciò che viene dopo: dopo la povertà, dopo la perdita della casa, dopo l’isolamento, dopo che un ragazzo ha abbandonato la scuola, dopo che una famiglia non ce la fa più.
Dobbiamo provare a spostarlo prima.
Prima che una fragilità diventi esclusione e che una difficoltà diventi una frattura. Prima che una persona si convinca di essere rimasta sola.
Non è soltanto una diversa organizzazione dei servizi. È una diversa idea di città e, in fondo, una diversa idea di politica.
Perché governare una città significa certamente farla funzionare. Ma significa anche decidere quali distanze siamo disposti ad accettare tra chi la abita e quali, invece, decidiamo di non considerare più inevitabili.