MARCO SECHI

In uno scambio colloquiale con un amico, riflettevamo sull’opportunità di parlare di scuola. Eppure, effettivamente quelle rare volte in cui si parla di scuola, si rincorre sempre l’uscita strampalata, la provocazione di chi ha l’unico scopo di riempire le pagine di giornale della sua chiacchiera insopportabile. E i giornali, il mondo mediatico ma non solo, i politici, ci cascano puntualmente. 

Il discorso sulla scuola si riduce a una risposta indignata della Sinistra, che cerca strenuamente di mettere insieme i pezzi di un’identità inesistente, rappresentata da quei simboli che tuttavia non sono sostanziali per ciò che caratterizza l’argomento scuola. Quindi, come al solito succede, rispondere alle fantasie di discriminazione razziale dei politici di Destra non fa altro che amplificare, diffondere le escrezioni della loro digestione mentale. Se le tenessero per loro, una volta tanto.

provocazioni propagandistiche e ideologie xenofobe della Destra

In ogni caso, per amore della verità, ci impegniamo a spiegare perché partiamo da questa ipotesi, ossia che la voce dei loro pensieri sia lontana dall’essere un ragionamento che riflette sui reali problemi della società. Come descrivere in modo meno disgustoso, infatti, l’idea di definire qualcuno straniero perché non parla bene l’italiano? Altrimenti, non si spiega come sia possibile sprecare del tempo per ideare una legge che limiti il numero di studenti stranieri nelle classi. La percentuale degli studenti stranieri sul totale in Italia è dell’11,6% (fonte Il Sole 24 Ore).

Non solo, il 65% degli studenti senza cittadinanza è comunque nato in Italia. Inoltre, il dato del Ministero dell’Istruzione per l’anno scolastico 2022/23 dice che le regioni con più presenza di studenti con cittadinanza non italiana sono Emilia-Romagna (18,4%) e Lombardia (17,1%). Ammesso anche che una classe composta da una maggioranza di studenti con difficoltà linguistiche sia una barriera per l’acquisizione della seconda lingua italiana, non si capisce come sia possibile ottenere una diversa configurazione. Di norma la scuola di riferimento è quella logisticamente più vicina alla zona di residenza di una famiglia. Delle proposte della Destra, dunque, rimangono solo queste provocazioni propagandistiche che ricalcano ideologie totalitarie e xenofobe.

la scuola dell’Italia post-unitaria

Forse è vero: di Destra parliamo troppo. Parliamo della situazione dell’Italia post-unitaria, per esempio; situazione che nelle periferie del Paese si è protratta fino al boom economico degli anni ’60. In Sardegna, qualcuno racconta che gli studenti venissero puniti con bastonate e percosse, qualora parlassero solo la loro lingua madre, la lingua sarda. Veniva inculcato loro l’italiano. Qualora non fossero subito pronti e recettivi, insegnanti e genitori scaricavano su di loro tutte le frustrazioni di una società incapace di prendersi cura dei propri figli, soprattutto perché colpevoli di non riuscire ad uniformarsi alla cultura dominante.

La stessa colpa che si imputa ora ai gruppi etnici che si trovano a vivere in Italia, magari di esserci pure nati, senza essere riconosciuti come cittadini italiani a tutti gli effetti. Questi, espiano la loro colpa subendo l’ignoranza di una classe dirigente che non si occupa di insegnamento, di educazione, ma di reprimere, di limitare e dividere. Non è un discorso sulla scuola questo, bensì sulla mancanza di scuola.

l’inconsistente dibattito sulle false priorità

Parliamo un po’ di scuola, invece. Questo gennaio al rientro delle vacanze natalizie, nel Nord Italia, dove la temperatura scende tante volte sotto lo zero, molti studenti non hanno potuto frequentare le lezioni poiché il riscaldamento non funzionava. Per rinnovare il materiale scolastico molto spesso si ricorra ai buoni promozionali dell’Esselunga e della COOP. Oppure, possiamo parlare di come gli insegnanti debbano cercare di lavorare in situazioni al limite della povertà, non dignitose. Il primo pensiero non è più come fare bene il proprio lavoro ma come arrivare a fine mese.

Inoltre molto spesso gli insegnanti vengono considerati dei bambinai, piuttosto che degli educatori. In questo modo, la loro unica funzione si riduce a levare ai genitori l’impiccio dei figli. Infatti, la priorità non è ristrutturare gli edifici scolastici fatiscenti ed evitare che crolli il tetto in testa a qualcuno. La priorità è installare i condizionatori in edifici con infissi che fanno spifferi da tutte le parti e in strutture vecchie di cinquant’anni. Così, i genitori non si devono occupare della cura dei figli anche d’estate.

D’accordo, molti non possono permettersi le vacanze. Alcuni genitori lavorano anche d’estate. Perché allora non chiedere di rendere le scuole dei luoghi di aggregazione, non necessariamente con una funzione didattica, ma anche ludica e ricreativa? Nessuno, infatti, ha riflettuto sul fatto che la scuola italiana prevede almeno 200 giorni di lezione all’anno. È un numero elevato nel confronto con gli altri sistemi scolastici europei.

In sintesi, la misura dell’attenzione che riserviamo alla scuola non sta nelle polemiche che suscita. Sta nelle risorse e nella cura che siamo disposti a dedicarle. Se, infatti, i cittadini non ne comprendono l’importanza, difficilmente lo faranno i loro rappresentanti nelle sedi istituzionali.