MARCO SECHI
Arriviamo a settembre e, puntuali, riecco spuntare come i funghi autunnali gli articoli sul precariato del personale della scuola, su quanto sia importante ricoprire tutte le cattedre lasciate vuote per il bene degli alunni. Finito settembre, il tema del precariato scompare o, comunque, non risulta una priorità.
L’opinione pubblica è convinta che gli insegnanti godano di privilegi inenarrabili, per come si configura il lavoro nella società di oggi: tre mesi di ferie all’anno, lavoro a mezzo servizio e pensione assicurata.
La realtà però è tutta l’opposto, sebbene i mezzi di informazione difficilmente descrivano lo stato reale della situazione in cui i docenti sono costretti a lavorare. Si innesca, infatti, un circolo vizioso difficilmente risolvibile: da una parte, la precarietà del corpo docente è considerata una condizione necessaria per l’avvio della carriera. È sempre stato così, rispondono tanti colleghi anziani ai novelli aspiranti.
Dall’altra, il precariato dei docenti è causa di innumerevoli disservizi e inficia la qualità stessa dell’insegnamento. I primi a patirne sono proprio gli utenti finali, i bambini e gli alunni delle nostre scuole. Non solo, si innesca una reazione a catena per cui un po’ tutti, nella società, disconoscono il ruolo del docente. Perdono affezione per il tema dell’istruzione e non ne comprendono l’importanza. Il problema dei docenti precari, perciò, non è considerato una priorità o, al limite, una fattispecie simile a qualunque altra categoria di lavoratore precario.
Le cause del lavoro precario
Prendere coscienza del problema significa, prima di tutto, interrogarsi sulle cause del lavoro precario degli insegnanti. In parallelo, è necessario interrogarsi sul perché raramente qualcuno sia intervenuto per risolvere la situazione, a partire dai governi, dai partiti politici, dai sindacati, fino ad arrivare alla società civile e all’opinione pubblica. Se è vero che tutti gli insegnanti precari si sentono isolati e senza alcuna rappresentanza all’interno delle istituzioni e della società civile, non è solo responsabilità della politica e dei sindacati. Bisogna risalire ancora una volta al pregiudizio che vede nell’insegnante un privilegiato. La sua condizione di precariato è ormai accettata come un contrappasso dantesco. È pena da espiare per potersi redimere dai presunti privilegi di cui usufruisce.
Non mi dilungo a spiegare perché questo pregiudizio sia infondato. A chiunque legge, basterebbe soffermarsi nella scuola del proprio figlio e chiedere un parere a un qualunque insegnante precario in servizio. Ce ne sono tanti, si possono trovare in quantità in tutte le scuole, ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. La scuola per gli insegnanti precari si sta rivelando un vero e proprio girone infernale.
Piuttosto che cedere al vittimismo, però, vorrei assumere una prospettiva pragmatica. Vorrei concentrarmi piuttosto sulle cause che portano al precariato e tutte le conseguenze antidemocratiche, discriminatorie, vessatorie e indegne per un paese civile, che questa situazione provoca. In secondo luogo, vorrei concentrarmi sul perché dell’indifferenza o, nel migliore dei casi, della velleità delle azioni della società civile, del mondo politico e sindacale, nell’affrontare la questione.
Formazione e reclutamento degli insegnanti
Il reclutamento degli insegnanti è il primo problema. Una società tecnologica che dà valore solo a ciò che si produce, inevitabilmente ritiene uno sforzo inutile il finanziamento per tutto ciò che non ha come risultato il profitto. In primo luogo, l’aspirante insegnante deve formarsi. Fino a qui, nulla di eccezionale rispetto al percorso della vita di un comune ragazzo sulla soglia dei vent’anni, agli inizi della sua carriera universitaria. Questo percorso è un investimento dispendioso, sia in termini di tempo, che di energie psico-fisiche, che di denaro.
Per una famiglia non benestante, diventa uno sforzo ancora più complicato e pieno di difficoltà. Tuttavia, quando lo studente è volenteroso e diligente, riesce a raggiungere il risultato con il massimo della votazione e nei tempi prestabiliti. Dovrebbe dunque avere acquisito le competenze necessarie per essere un esperto nella materia di studio in cui si è specializzato. Essere competenti, tuttavia, non significa riuscire ad insegnare la propria materia di studio.
Credo siano tutti d’accordo, nel ritenere doveroso che la figura dell’insegnante debba integrare le sue conoscenze con competenze pedagogiche e psicologiche, al fine di riuscire al meglio nella sua professione di insegnante. L’insegnamento non è una semplice trasmissione di conoscenze, bensì è prima di tutto un lavoro di relazione e di cura. La formazione, tuttavia, piuttosto che costituire un bagaglio culturale utile al percorso professionale dell’insegnante, si rivela in un ulteriore elemento di discriminazione. Con il pretesto della formazione degli insegnanti, infatti, i corsi universitari adibiti a questo scopo stanno diventando il nuovo sistema di finanziamento delle Università. Gli aspiranti insegnanti sono i primi finanziatori, loro malgrado.
La competizione con le Università private
Il problema si è ingigantito da quando lo Stato ha deciso di fare cassa tagliando i fondi all’Università e alla ricerca. Di rimando, le Università hanno visto una grossa fetta di possibili introiti con i corsi di formazione per i docenti. La competizione impossibile con le Università private, rimpinguate sia da finanziamenti privati che pubblici, ha spinto necessariamente le Università pubbliche a uniformarsi a questo sistema.
Venuti a conoscenza del conflitto di interesse di alcuni politici membri dei Consigli di Amministrazione di queste Università telematiche, non ci stupiamo se lo Stato non si oppone a questo sistema. Al contrario, continua a elargire finanziamenti al settore privato, a discapito dei quello pubblico. Legittima di fatto una pratica degna di un sistema di vassallaggio.
È così quindi che dopo i sacrifici fatti con il conseguimento della laurea, dopo aver superato tutti i concorsi, le ordalie e tutte le prove di iniziazione possibili e inimmaginabili, il nostro aspirante insegnante deve sborsare dai duemila ai tremila euro per poter acquisire punteggio, scalare le graduatorie, conseguire le abilitazioni alla professione. A tutti gli effetti, si compra il posto di lavoro. Con quali soldi non si sa. È difficile che un giovane di 24 anni abbia un capitale economico di cui disporre, se non ha mai lavorato e non proviene da una famiglia facoltosa.
Discriminazione interna al corpo docenti
Il problema non finisce qui. La seconda discriminazione è, infatti, tutta interna al corpo docenti e non ha nessuna influenza esterna. La società oggi è dilaniata in fazioni che si scontrano l’una contro l’altra. Laddove gli interessi in gioco sono maggiori, lo scontro si fa più acre. Le divisioni sono sempre più estreme e laceranti. Non vi è possibilità di mediazione. Il mondo della scuola non è da meno.
Le prime fazioni in lotta sono gli insegnanti di ruolo con gli insegnanti precari. Sebbene i primi godano del tanto agognato posto fisso, non si può dire che navighino nell’oro. Tuttavia, lo Stato riserva loro delle condizioni oggettivamente migliori rispetto ai novizi colleghi che si avvicinano per la prima volta alla professione. In primo luogo, l’insegnante di ruolo è pagato almeno dodici mesi l’anno. L’insegnante precario, quando va bene, percepisce 11 mensilità, se non 9 o meno a seconda della tipologia di contratto che gli spetta.
Vi sono poi ulteriori vantaggi accessori. Sono gli scatti di anzianità, un fondo pensione professionale dedicato, possibilità di permessi, di ferie maggiori e così via. Lo Stato si guarda bene di appianare le disparità e cercare di offrire condizioni più eque agli insegnanti precari.
I privilegi solo di alcuni
Da una parte, vi è un vantaggio economico non indifferente. Il risparmio per le casse dello Stato nel pagare un insegnante dieci mesi anziché dodici è evidente a tutti. Dall’altra, instaurare delle situazioni di privilegio per taluni rispetto agli altri all’interno di una categoria professionale, crea un gruppo di finti previlegiati fedelissimi e un gruppo di derelitti riottosi. I diversi interessi non potranno mai andare a coincidere. Il ricatto è la perdita dei privilegi acquisiti.
Questa gestione del personale sembra degna delle fabbriche della prima rivoluzione industriale, piuttosto che di uno Stato democratico. Il personale di ruolo più anziano, infatti, biasima i colleghi che tentano di protestare. Anche loro all’inizio della carriera subirono lo stesso trattamento. Chi si lamenta è un ingrato e non ha voglia di lavorare. Il personale precario, d’altro canto, dà del crumiro al collega anziano, lo vede come un privilegiato e un insensibile. Ecco che nasce il conflitto, nascono le invidie tra colleghi, si inquina l’ambiente scolastico. Divide et impera. Lotta fra poveri.
I risparmi dello Stato non sono un guadagno
Tra i due litiganti, chi è che gode? Apparentemente, in questo caso, lo Stato, che risparmia un bel po’ di soldi. Ma siamo sicuri che sia un guadagno reale? Spesso sentiamo dire, infatti, di quanto siano direttamente proporzionali gli investimenti nell’istruzione con la crescita del PIL di uno Stato. Gli ultimi dati invece dicono che l’Italia è fanalino di coda dei paesi europei negli investimenti in istruzione. Non sono un economista, ma i numeri parlano chiaro. Non vorrei concentrarmi, tuttavia, solo sui risvolti economici. L’istruzione dei cittadini di uno Stato è una discriminante nell’istituzione di una società più o meno democratica.
Se è vero che non bisogna far sapere al contadino quanto sia buono il formaggio con le pere, è anche vero che per coltivare le pere e ottenere il formaggio, c’è bisogno di un sapere, un know-how. Ancor più, per poter vendere il prodotto e per far sì che il bestiame e il raccolto non venga rubato dai briganti, bisogna anche che ci sia una comunità coesa, che difenda il bene comune.
Istruzione e cittadinanza attiva
Un cittadino istruito sarà indubbiamente critico nei confronti dello Stato. Vedrà le cose con maggiore disillusione. Sarà difficilmente convincibile da una propaganda gretta che vada ad agire sui suoi istinti primordiali e i suoi appetiti. Un cittadino istruito, quando diventerà parte della classe dirigente, saprà avere uno sguardo sul futuro, non limitato al presente. Attraverso la cultura, la scienza, svilupperà le doti del linguaggio e della mediazione. Immaginerà una società innovativa che si regge sulla solidarietà e sul bene comune, sulla relazione e la coesione sociale.
Un cittadino mal istruito, sarà invece facilmente influenzabile. Dirigerà le sue azioni indiscriminatamente. Non criticherà il potere e prenderà qualunque decisione dei governanti come indiscutibile. Un cittadino mal istruito, quando diventerà parte della classe dirigente, utilizzerà questo potere indiscriminato come autorità indiscussa. Abuserà della sua forza e si approfitterà dell’ingenuità diffusa del suo popolo.
Il suo linguaggio, semplice e immediato, rispetto a quello complesso della scienza, sarà quello dell’azione: poche parole, solo fatti. Nei fatti, non c’è mediazione, non c’è possibilità di contrattazione. Bisogna solo prendere atto. È questo il linguaggio della guerra, per sottomettere chi si ribella, sia in relazione al proprio popolo che con gli altri. Già possiamo constatare gli effetti di una tale deriva. Scegliete voi quale società consegnare ai vostri figli.




