FRANCO MIRABELLI •° Vicepresidente Gruppo PD al Senato e componente Commissione Parlamentare Antimafia
Ringrazio il dipartimento Legalità e Antimafia del PD di Milano per aver pensato e organizzato questa riflessione nel cinquantesimo della relazione di minoranza firmata da Pio La Torre nella commissione parlamentare antimafia.
Prima di provare a fare alcune riflessioni sul tema voglio salutare Cafiero De Raho, con cui ho avuto l’onore di lavorare negli anni in cui è stato a capo prima della procura di Reggio Calabria e poi della direzione nazionale antimafia. Trovo che il tentativo palese ed esplicito di screditare lui e il suo lavoro sia vergognoso e rientri nel tentativo di delegittimare il lavoro dell’antimafia.
Detto questo penso che non si debba dare per scontato nulla. Dopo cinquanta anni dalla sua istituzione la commissione parlamentare non va data per acquisita e scontata. Anche in occasione della discussione sulla legge istitutiva si sono manifestate diverse voci che dubitavano dell’utilità della commissione stessa.
L’idea di una parte della destra è quella che sostiene che non ce n’è più bisogno perché non c’è più una emergenza da fronteggiare. È evidente che invece chiudere o ridimensionare l’antimafia sarebbe un errore grave proprio in una fase in cui le mafie tentano di mimetizzarsi e suscitare meno allarme sociale possibile. Per questo sono più e non meno pericolose. Si sono insediate su tutto il territorio italiano. Inquinano pesantemente l’economia e la vita pubblica con gli enormi proventi delle attività criminali. C’è più bisogno di capire come cambiano le mafie e mettere in campo strumenti di prevenzione e contrasto nuovi e adeguati. Questo è stato e deve essere il compito della commissione parlamentare.
cosa è successo nelle ultime tre legislature
Sono stato in commissione nelle ultime tre legislature, due da capogruppo del PD. E in questi anni ci sono stati cambiamenti significativi e non positivi. Durante la presidenza di Rosy Bindi la commissione ha prodotto molto, dall’inchiesta sulle mafie al nord, a cui ha contribuito l’università di Milano, che ha chiarito che la criminalità organizzata si è insediata al nord e che non si può parlare solo di infiltrazioni, alla modifica del codice antimafia, all’inchiesta sul gioco d’azzardo, fino al codice di autoregolamentazione per le candidature, strumento utilissimo per prevenire le infiltrazioni delle mafie nei partiti e nelle istituzioni.
Nelle due legislature successive sono, purtroppo, prevalse altre logiche e l’idea di usare la commissione per perseguire fini partitici e politici. Hanno fatto passare in secondo piano la funzione alta della commissione. La lotta alla mafia è stata usata troppo spesso come un manganello per colpire gli avversari politici, mettendo in discussione il principio per cui per contrastare efficacemente le mafie serve l’unità delle forze politiche e delle istituzioni. In questa legislatura ho seguito i lavori della commissione da remoto. Ci sono state due inchieste che, per la maggioranza, hanno avuto la priorità. Quella sul omicidio di Paolo Borsellino e quella sul dossieraggio.
le due priorità della maggioranza
Nel primo caso si è tentato di affermare una tesi precostituita sulle ragioni della strage. Hanno considerato a priori la pista che guarda al rapporto mafia e appalti come l’unica possibile per spiegare l’accelerazione della scelta che portò a via Damelio. Nel secondo caso si è usata l’inchiesta per colpire la direzione nazionale antimafia, la sinistra e la magistratura. Questo indirizzo, scelto dalla maggioranza non ha aiutato a comprendere quanto accaduto e a proporre contromisure.
Si è voluto strumentalizzare invece che perseguire gli obiettivi propri della commissione. Ma la cosa che più mi ha colpito è l’atteggiamento della maggioranza ogni volta che si è affrontato il tema del rapporto tra mafia e politica. Difendere la propria parte politica e attaccare gli altri, a prescindere dal merito è la strada scelta dal centrodestra. Ha trasformato la commissione in uno strumento di propaganda. Penso alla vicenda Del Mastro. L’audizione dell’ex sottosegretario è stata imbarazzante, con la destra impegnata a parlare d’altro per non affrontare il tema del rapporto tra Del Mastro ed esponenti della criminalità organizzata.
All’approcio sempre più strumentale al lavoro della commissione si aggiunge la sordità della maggioranza in commissione e, più in generale, in parlamento, di fronte alle preoccupazioni e alle sollecitazioni che vengono dai magistrati impegnati, sul campo nel contrasto alle mafie. Anche qui il caso delle chat di Del Mastro è emblematico, come la pervicacia con cui il governo insiste a indebolire strumenti fondamentali come le intercettazioni. Di fronte a questo quadro le preoccupazioni sono lecite.
una risorsa inestimabile l’archivio della commissione antimafia
Il rischio di fare passi indietro nella lotta alle mafie è presente. Ma soprattutto la volontà di alcuni di chiudere la commissione antimafia può trovare ragioni se la commissione stessa perde le proprie ragioni e la propria funzione. La scelta di difendere la commissione deve essere convinta, anche in questo tempo e in questa fase in cui serve più capacità di analisi, più capacità di aggiornare gli strumenti di contrasto, più attenzione a prevenire le infiltrazioni delle mafie nelle istituzioni e nei partiti.
Le mafie hanno costruito strumenti sempre più sofisticati per raggiungere i propri scopi criminali. La commissione deve essere uno strumento importante per contrastarli come lo è stata in passato. E qui c’è un altro patrimonio da difendere e utilizzare. L’archivio della commissione antimafia è una risorsa inestimabile per conoscere la storia e capire il presente. Su questo si lavora, per responsabilità di tutti, troppo poco.
Il tema credo sia impedire che l’antimafia non sia il campo della strumentalità e dello scontro tra partiti. Deve tornare a essere il luogo, l’istituzione dell’impegno comune contro le mafie che rischiano, con i proventi delle attività criminali, di inquinare la nostra democrazia.






