SAMUELE CARAZZINA •°
Per dipanare il caos generato dal tenore della campagna elettorale cui stiamo assistendo e capire qualcosa nel merito di questo referendum, è necessario partire da un assunto. Il 22 e 23 marzo non saremo chiamati a votare sulla separazione delle carriere. O meglio, quest’ultima è solo una componente decisamente marginale del contenuto della riforma costituzionale di cui la destra si è fatta promotrice.
Se davvero l’obiettivo del ministro Nordio fosse stato quello di separare la carriera della magistratura giudicante da quella requirente, per il suo raggiungimento sarebbe stata sufficiente una legge ordinaria approvata dal parlamento. È bene ricordare che a oggi la separazione esiste già de facto a seguito dell’intervento dell’allora ministra Cartabia. Attualmente il passaggio da una carriera all’altra interessa lo 0,4% dei magistrati. Comporta il cambiamento di regione, dunque l’impossibilità di sfruttarla a proprio vantaggio.
la strana idea del sorteggio per i membri del CSM
Inoltre, c’è un’ammissione dello stesso Nordio. La vittoria del sì non avrebbe alcun impatto sulla durata dei processi e il numero degli effettivi dei tribunali. Queste sono le vere piaghe della Giustizia nel nostro paese.
La realtà è altra. Analizzando nelle sue singole componenti questa riforma, non si può fare altro che leggervi un disegno ben preciso. È quello di indebolire uno dei tre poteri dello stato, quello giudiziario. Si vuole ricondurlo sotto una sempre maggiore influenza dell’esecutivo. Ciò si colloca in perfetta sintonia con l’immagine di una destra di governo che mal sopporta i vincoli e i limiti costituzionali. Non si interroga sui motivi della propria incapacità d’azione. Individua i responsabili nel potere autonomo che vincola il governo al rispetto delle leggi.
In effetti, quale miglior modo di indebolire il CSM – Consiglio Superiore della Magistratura – se non la sua frammentazione e la riduzione della sua sfera di competenza? Ed è proprio questo il metodo che hanno deciso di adottare i fautori di questa riforma, a partire dall’inquietante questione del sorteggio. Chi di noi, lucidamente, si affiderebbe mai alla sorte per stabilire i membri dell’organo di autogoverno della magistratura intera? Io credo che nessuno sarebbe felice di sapere che il proprio amministratore di condominio sia stato estratto a sorte. Figuriamoci se accade per i membri del CSM!
tentativo di compromettere gli equilibri costituzionali
Tuttavia, dobbiamo prendere atto del fatto che ci troviamo di fronte a quella che potremmo rinominare riforma dei paradossi. L’argomentazione principale di cui si fregiano i sostenitori del sì al referendum è che in caso di vittoria verrebbe spazzato via il sistema delle correnti. Di conseguenza non ci sarebbe la politicizzazione della magistratura. Essi scordano, però, di dire che la quota laica, quella non composta da giudici ma da professori di diritto e avvocati, dei membri dei due CSM rimarrà di fatto nominata dalla politica. Si tratta di un terzo dei componenti. Ci sarà un’estrazione a partire da una lista composta da un numero imprecisato di persone. Sarà stilata dal Parlamento stesso.
Così facendo, è chiaro come, se dovesse passare la riforma, la componente laica rimarrebbe espressione della volontà dei partiti. Ne perseguirebbe gli interessi. La componente togata, i restanti due terzi verrebbero pescati a caso. Non eletti da loro colleghi risulterebbero più facilmente manipolabili.
A proposito di questo tentativo di compromettere radicalmente gli equilibri costituzionali ci sarebbe molto altro da dire. Per motivi di spazio e di pazienza dei lettori mi limiterò a fare altre due considerazioni. La prima riguarda la posizione assunta dalla maggior parte degli avvocati penalisti del nostro paese. Si è schierata a favore del sì. Ritengo non ci sia prova più schiacciante del rischio che la riforma Nordio comporta. Coloro che trarranno maggiori vantaggi dall’indebolimento della propria controparte si stanno scapicollando affinché ciò avvenga.
le democrazie europee si svuotano nelle urne elettorali
La seconda considerazione nasce da uno stimolo arrivato ascoltando Luigi Testa. È docente di Diritto pubblico comparato all’università Bocconi di Milano. Viviamo in un periodo storico in cui le democrazie in Europa non stanno sparendo a causa delle squadracce che si aggirano per le strade. Al contrario, le democrazie europee si stanno sgretolando a partire proprio dalle urne elettorali. L’esempio ungherese ne è una prova lampante.
Per questo motivo, con il voto del 22 e 23 marzo noi cittadini avremo il compito di esprimerci non tanto sulla separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, ma sul modello di democrazia che riteniamo valga la pena difendere. Da un lato ci sarà una democrazia in cui l’esecutivo può agire tranquillo e senza troppi vincoli. Dall’altro c’è l’equilibrio tra i diversi poteri e il rispetto dei limiti che i padri costituenti, che hanno guidato il paese fuori dall’orrore del fascismo, hanno previsto per evitare che tale orrore potesse nuovamente ripetersi.







