GIUSEPPE Pellizzeri •°
Ce li sta riportando indietro lui, il mare, i corpi di quelli che il ciclone Harry ha spazzato via, insieme a tutti quei gusci che nessuno mai chiamerebbe barche. Non c’era solo il vento a urlare, quella notte. C’erano anche voci di madri che chiamavano figli, grida di padri che volevano essere forti, pianti sottili di bambini che non sapevano ancora cosa fosse la paura ma la stavano imparando rapidamente. Tutto confuso in un unico, terribile, continuo lamento.
Quanti erano a cercare una vita migliore o anche solo possibile? Conservavano una foto stretta in tasca e una lacrima nascosta a ricordare chi erano stati. Stringevano fra le braccia un paio di occhi che fissano e chiedono solo di arrivare vivi fino a domani. Quanti il cui nome in una vita precedente qualcuno pronunciava con amore? Non lo so. Ma fosse anche uno solo, dovremmo provare vergogna e chiedere scusa. Scusa per quello che siamo diventati: insensibili alle sofferenze degli altri, il cui dolore diventa solo rumore di fondo che scivola via con la prossima onda. Perché il giorno in cui smetteremo di sentirci colpevoli, sarà il giorno in cui smetteremo di essere umani.
Capire perché si parte
E invece, niente. Alziamo muri sull’acqua, blocchiamo i mari, chiudiamo i porti come se bastasse girarsi dall’altra parte per non vedere. Come se il dolore potesse essere fermato da un confine. Forse un giorno capiremo che nessuno parte per capriccio. Che nessuno affida un figlio alle onde se esiste anche solo un’altra strada, un’altra possibilità. Si parte perché restare fa più paura del mare. La disperazione è tutto quello che rimane in tasca, tutto quello che ci possiamo permettere.
L’unica cosa decente che ci resta da fare è smettere di chiedere “da dove vengono” e cominciare a chiederci “dove li abbiamo lasciati a morire”. Smettere di parlare di invasioni e ricominciare a parlare di persone. Dare un nome, anche quando non lo sappiamo. Trovare un posto, anche quando non c’è. Restituire dignità, soprattutto quando è tardi. Non per salvarci la coscienza, che è un salvagente bucato, ma per salvare quello che ci rimane di umano.
Cosa siamo diventati?
Anche perché poi il mare, ostinato e sincero, ci restituisce tutto. E ogni corpo che torna è una storia interrotta a metà. Un sogno che non ha fatto in tempo a diventare futuro. Un nome che qualcuno, da qualche parte, continua a chiamare nel buio sperando in una risposta che non arriverà mai. Ci sono madri che non avranno una tomba su cui piangere, figli che cresceranno senza sapere dove riposa la mano che li teneva stretti. Ma sopra ogni cosa c’è una domanda che non smette mai di bussare: che cosa siamo diventati?
Se non sappiamo da dove cominciare, cominciamo dalla cosa più piccola e più difficile: chiedere scusa.






