EMANUELA PATTI
DIVINA MIMESIS
CAROCCI
P. 188 – € 19,95

Il volume esplora il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Dante Alighieri, due figure cardine della cultura italiana, mostrando come Pasolini abbia reinterpretato l’opera di Dante per affrontare i temi sociali, politici e culturali del suo tempo. Attraverso un’analisi interdisciplinare che spazia dalla letteratura al cinema, dalla filosofia alla semiotica, viene indagata l’influenza della Commedia sulla produzione pasoliniana, dalle prime antologie sulla poesia dialettale e popolare ai film, mettendo a fuoco il lungo e articolato percorso di ricezione ed elaborazione del modello dantesco che ha portato alla riscrittura pasoliniana, incompiuta e frammentata, del capolavoro di Dante, La Divina Mimesis. Dall’influenza di Contini e Auerbach sulla formazione del concetto pasoliniano di “realtà rappresentata” (mimesi) passando per i dibattiti ideologici sul realismo, la questione della lingua, il ruolo dell’intellettuale organico (o “mimetico”) e il “nazional-popolare”, vengono passate in rassegna le grandi questioni teoriche degli anni Cinquanta e Sessanta. Il libro arricchisce la comprensione del dialogo tra passato e presente nella cultura italiana e offre un contributo innovativo agli studi su Pasolini e sulla ricezione moderna di Dante evidenziando come Pasolini utilizzi l’immaginario dantesco per creare un linguaggio nuovo e sovversivo, capace di coniugare tradizione e modernità.
PAOLO LANDI
OLIVIERO TOSCANI
MORCELLIANA – SCHOLÉ
P. 181 – € 16

Oliviero Toscani (1942-2025) non era in senso stretto né un educatore, né un provocatore né un comunicatore, ma nel suo lavoro ha attraversato queste tre dimensioni con una carica rivoluzionaria. Come educatore ha trasmesso conoscenza attraverso la forza delle immagini, senza imporre verità ma incoraggiando il pensiero critico. Come provocatore ha scardinato certezze, mettendo in discussione i codici della pubblicità e trasformandola in uno strumento di riflessione sociale. E come comunicatore ha saputo tradurre idee complesse in immagini immediate e universali. Toscani ha usato le sue campagne per smascherare le contraddizioni del consumismo e della società, facendo della fotografia uno strumento di critica, consapevolezza, cambiamento. Paolo Landi, suo amico e collaboratore per molti anni, lo ricorda in questo racconto lungo: un primo tentativo di collocare criticamente una figura spesso fraintesa, offrendo al contempo una riflessione sul mutamento della cultura industriale alla fine del secolo scorso, preludio ai grandi cambiamenti introdotti dall’era digitale.
Mariarosaria Taddeo
Codice di guerra
Raffaello Cortina Editore
P. 320 – € 25

La digitalizzazione della difesa nazionale, iniziata con la prima guerra del Golfo, ha trovato nella guerra in Ucraina il suo punto di non ritorno. In questi anni è diventato evidente che la grande quantità di dati che produciamo ogni giorno unita all’intelligenza artificiale (IA) ha una notevole importanza nei processi decisionali e operativi della difesa e sicurezza nazionale: dall’intelligence alle operazioni cibernetiche a quelle cinetiche (i veri e propri combattimenti). Tuttavia, al potenziale dell’IA si accompagnano seri rischi etici, sociali e legali, che spaziano dalle difficoltà di attribuire la responsabilità per le azioni compiute dai sistemi IA alla loro limitata predicibilità e sicurezza, al problematico rapporto tra uso dell’IA nella difesa e Teoria della Guerra Giusta. Se la difesa è il banco di prova del rispetto dei valori democratico-liberali, l’adozione dell’IA in questo settore non può prescindere da una valutazione di tipo etico per un suo sviluppo responsabile. Mariarosaria Taddeo presenta un’analisi concettuale e sistematica dei problemi che derivano dall’uso dell’IA, aprendo il dibattito su opportunità e rischi per la difesa e offrendo raccomandazioni pratiche a decisori politici e professionisti. Perché senza una governance etica dell’IA sarà impossibile mitigarne la pericolosità.
Ilan Pappé
La pulizia Etnica della Palestina
Fazi editore
p. 364 – € 19
di Filippo Senatore

Per comprendere le ragioni della Nakba (catastrofe) del 1948, intesa come cacciata dalle loro terre e deportazione di 800 mila palestinesi occorre analizzare le origini del sionismo nato in Europa alla fine del 19mo secolo. Tale ideologia si ricollega al colonialismo inglese di stampo razzista, praticato in epoca vittoriana dal primo ministro inglese Benjamin Disraeli, modello per i belgi e altre nazioni europee, compresa l’Italia. La teoria del colonialismo di sostituzione etnica si afferma nel 1891 con il barone tedesco Maurice de Hirsch, fondatore a Londra dell’Associazione per la Colonizzazione ebraica (JCA) al fine di aiutare i coloni sionisti in Palestina. Nel 1897 un pamphlet del fondatore del sionismo socialista Nahman Syrkin sostiene che la Palestina deve essere evacuata per gli ebrei. Nel 1905 Israel Zangwill afferma che gli ebrei devono cacciare gli arabi altrimenti dovranno avere con il problema di una grande popolazione aliena. Nel 1939 il leader sionista Vladimir Jabotinski scrive: “Gli arabi devono lasciare spazio agli ebrei di Eretz Israel. Se è stato possibile trasferire i popoli baltici è anche possibile spostare gli arabi palestinesi”.
Dal colonialismo teorico si passa a quello praticato in Italia alla vigilia della guerra italo-turca. La frase emblematica la pronuncia Giovanni Pascoli nel discorso noto come La grande proletaria si è mossa che influenza il giovane geografo ebreo Maurizio Rava in seguito funzionario e governatore delle colonie italiane in Africa. Sentimenti antichi di islamofobia risorgono, alimentati in quell’epoca dallo stato ‘liberale’ come soluzione alla spinta demografica dei territori italiani depressi. L’idea è elementare. Penetrare nel territorio di Cirenaica e Tripolitania fino ad arrivare alla guerra di invasione con l’esercito e poi con i coloni italiani cui assegnare le terre sottratte ai nativi libici. Venti anni dopo il generale Adolfo Graziani nel deserto libico crea un enorme campo di sterminio ove periscono dai 50 ai 70 mila civili, in gran arte donne vecchi e bambini. I fondatori di Israele provenienti dall’Europa hanno bene in mente come procedere e prima di arrivare alla conquista militare promuovono in Palestina l’immigrazione massiccia. Che diventa significativa dopo la dichiarazione di Balfour nel 1917.
Il volume dell’autorevole storico israeliano Ilan Pappé, La pulizia Etnica in Palestina (Fazi Editore), non è molto diffuso in Israele e viene trascurato anche in Occidente, compresa l’Italia. Il motivo si comprende leggendo le prime righe del volume. Lo storico di Haifa, costretto ad emigrare nel Regno Unito, descrive fatti nascosti per anni dalla censura israeliana sottoposti al segreto di Stato. Solo a pochi storici hanno permesso di accedere agli archivi israeliani e britannici. A partire dal 1986 vengono scandagliati i documenti riservati riguardo gli anni Quaranta da parte di Pappé appunto, Benny Morris, Avi Shlaim e Tom Segev. Ne è nata una storiografia di revisione che si oppone alla vulgata israeliana del 1948 celebrato solo come anno dell’indipendenza. Pappé svela i crimini di guerra in terra di Palestina dal 1947 al 1949. Lo storico di Haifa ricostruisce la pulizia etnica cui sono state vittime i nativi palestinesi. Secondo Pappé l’egemonia ebrea si attua grazie alla complicità del protettorato inglese che nel 1937 elimina le teste pensanti del nazionalismo palestinese.
Nel 1931 viene costituito il gruppo paramilitare Irgun per assicurare una maggiore combattività contro gli arabi. Insieme ad altri gruppi paramilitari ebrei come l’Haganà e la banda Stern a partire dalla fine del 1947 semina il terrore nel Paese, ancora sotto protettorato inglese con i militari che non hanno difeso le vittime girandosi dall’altra parte. Per David Ben Gurion e per i suoi vertici della gerarchia sionista uno Stato ebreo solido signific uno Stato che si estenda sulla maggior parte della Palestina e che comporti pochissimi palestinesi se proprio debbono esserci. Quando viene dichiarata la nascita dello stato di Israele nel maggio 1948 già 250 mila palestinesi sono stati cacciati dalle loro case e dalle loro terre. Circa 200 villaggi rurali sono stati completamente evacuati. Ma la pulizia etnica non si arresta ai centri urbani più grandi nemmeno di fronte alla guerra della Lega Araba che fallisce in pochi giorni grazie al numero esiguo dei combattenti stranieri, mal armati e mal equipaggiati. Vi è l’inerzia di alcuni Paesi come l’Arabia Saudita, l’impotenza di Paesi ancora in lotta contro il colonialismo come la Siria e il Libano e soprattutto il doppio gioco della Giordania che si accorda con il neonato Israele per avere in cambio i territori della Cisgiordania, destinati alla Palestina dalla risoluzione Onu del 1947. Pappé descrive una “finta guerra” servita in seguito alla propaganda sionista. Provvidenziale in quel frangente l’aiuto militare della Russia con armi destinate a rendere prima potenza mediorientale il nascente Israele.
Pappé descrive, in base a documenti riservati e diari di statisti dal calibro di Ben Gurion, la cronaca degli eccidi dei civili e della pulizia etnica capillare nelle zone a maggioranza araba. La prassi è un copione pianificato. Occupazione militare. Terrore e fuga forzata dei sopravvissuti. In molti casi vengono divisi i maschi dai 10 ai 50 anni dal resto della popolazione. I primi destinati alla prigionia e all’eliminazione fisica. Vengono registrati stupri di gruppo anche nei confronti di bambine di 12 anni. Ma sui numeri vige ancora il silenzio. La furia non si arresta fino ai primi mesi del 1949.
Pappé nelle conclusioni del suo volume critica i colleghi dell’Università di Tel Aviv allineati con la propaganda governativa incapaci di una revisione storiografica seria. Oggi uno sparuto gruppo di giovanissimi cittadini israeliani, obiettori di coscienza come Sofia e David, è la voce critica di un Paese bloccato dalle menzogne del passato. Secondo i ragazzi i sionisti si sentono giudicati per quello che sono e non per quello (il male) che fanno. Eppure lo stesso Pappé e Noam Chomsky pensano che la pianificazione del genocidio dei palestinesi è iniziata nel 2006. È intensificata in maniera massiccia dopo il 7 ottobre 2023. Ma non è ancora finita.
Rinaldo Gianola
Soldi! Il capitalismo dei predatori
E/0
p. 112 – € 10

Viviamo una stagione dominata dai soldi, dal profitto, dalla concentrazione di patrimoni nelle mani di una nuova oligarchia di miliardari che orienta e decide i consumi, condiziona la politica, influenza le nostre vite. La lezione della pandemia, con le sue drammatiche crisi sanitarie, umanitarie, sociali, è stata velocemente dimenticata e l’impegno globale per definire un nuovo paradigma di crescita equa e giusta, di redistribuzione solidale della ricchezza, si è infranto sul sacro principio del profitto. Big Tech, armi, banche realizzano oggi utili impensabili, gonfiano le rendite Finanziarie, creano ricchezze scandalose. Le guerre, l’inflazione, le crisi energetiche diventano opportunità di arricchimento in un sistema di disuguaglianze sempre più ampie. In Italia vecchie e nuove povertà colpiscono anche chi ha un lavoro, un reddito, un titolo di studio. Un’emergenza che influenza le condizioni di vita delle persone e si insinua pericolosamente nei gangli vitali delle istituzioni, della democrazia, della vita civile. Mentre la sinistra “bon ton” e i sindacati sono colpiti da una paralizzante afasia, solo la faticosa elaborazione di un pensiero radicale e un’azione politica e sociale, pur minoritaria ma coerente, possono aprire un percorso di cambiamento.
Vanni Codeluppi
La morte della cultura di massa
Carocci editore
p. 116 – € 13

A partire dalla metà del Novecento, il processo d’industrializzazione della cultura ha fatto sorgere la cultura di massa. Questa ha ottenuto un notevole successo in tutti i principali paesi, ma, dopo la sua affermazione e diffusione in larga scala negli anni Sessanta e Settanta, nell’ultimo periodo ha dovuto affrontare una crisi dei suoi prodotti di fascia media. Una crisi, cioè, di quei prodotti che ne costituiscono la vera essenza, determinando oggi sempre più chiaramente una “morte” della cultura di massa. Il libro mostra come siamo arrivati a questa situazione attraverso una dettagliata analisi non soltanto dei maggiori cambiamenti intervenuti, ma anche di alcuni fenomeni che caratterizzano in modo particolare la cultura di massa contemporanea, come l’effetto Netflix, la “marvelizzazione” della cultura, il culto del banale.
Luciano Floridi
Filosofia dell’informazione
Raffaello Cortina Editore
p. 392 – € 26

Per Luciano Floridi l’informazione è un concetto cruciale, che merita un’indagine approfondita. Questo libro, frutto di lunghi anni di studio, presenta dunque il primo programma di ricerca unitario e coerente per quello che era un campo ancora inesplorato: la filosofia dell’informazione. E lo fa in modo sistematico, perseguendo tre obiettivi. Il primo è metateorico: il libro spiega che cos’è la filosofia dell’informazione. Il secondo è introduttivo: vi si esplora la natura complessa di vari concetti e fenomeni informativi. Il terzo ha una vocazione costruttiva: si danno risposte ad alcune delle classiche domande filosofiche in termini di teoria dell’informazione. La filosofia dell’informazione emerge dunque come una nuova e indipendente area di ricerca, interessata all’indagine critica della natura concettuale e dei principi di base dell’informazione, e all’applicazione di metodologie di teoria dell’informazione ai problemi filosofici. Una filosofia, oltretutto, che sa dialogare con il mondo contemporaneo.
DAVID QUAMMEN
IL CUORE SELVAGGIO DELLA NATURA
ADELPHI
P. 444 – € 25

Nella «vita precedente» a quella che lo avrebbe eletto massima autorità sul Covid-19 – pandemia di cui sarebbe diventato l’involontario profeta – David Quammen è stato anche, se non soprattutto, un avventuriero audace e insieme scanzonato. E, in quella veste, autore di una serie di memorabili reportage per «National Geographic», che nell’arco di vent’anni lo hanno portato nei luoghi più riposti (e spesso meno affabili) del pianeta: dall’«abisso verde» di paludi del Congo alle giungle impenetrabili del Gabon, fino alla Patagonia e alla Kamčatka. Scritti con taglio e stile memori dell’amato modello faulkneriano, quei reportage sono vere immersioni visionarie, non di rado esilaranti, nella «natura selvaggia» e nella sua abbagliante – ma ogni giorno più precaria – esibizione di biodiversità. Alcune regioni di questo tour de force sono già familiari ai lettori di altri libri di Quammen, a cominciare da Spillover. Qui, però, l’esotismo allucinato e la fauna variegata di quei luoghi non sono inquadrati come «serbatoi di terrore» nella nostra problematica convivenza coi virus; piuttosto, come un labirinto di delicati ecosistemi, sempre più minacciati dall’invadenza antropica. Questo libro si presta dunque a essere letto in molti modi: come «una serie di dispacci da una battaglia all’ultimo sangue» – la battaglia per il futuro della diversità biologica sul nostro pianeta – travestita da romanzo di avventure, o viceversa. Ma anche come un invito a risintonizzare il nostro battito cardiaco con quello nascosto nelle vastità dimenticate della natura di cui siamo parte. Dopotutto, scrive Quammen, è ancora possibile, basta restare in ascolto.
GEORGES SIMENON
LA CANTANTE DI PIGALLE
ADELPHI
P. 171 – € 12

«Dal lato di Austerlitz alcune sirene annunciavano mezzogiorno, e altre rispondevano nel quartiere della Gare de Lyon. Proprio in quel momento, fra tutti quei rumori, ne riecheggiò un altro, come lo scoppio di uno pneumatico o di un motore. «Una macchina veniva dalla direzione opposta: le parve scura, nera o blu. Non avrebbe saputo dire se a bordo c’erano una o più persone. «E l’uomo cadde stecchito sul marciapiede, senza un grido, senza un lamento, mentre la macchina sembrava spiccare un salto per tuffarsi nell’animazione di boulevard Saint-Germain. «Con ogni probabilità Lili fu l’unica a rendersi conto con precisione dell’accaduto. Una donna di mezza età si fermò accanto al corpo steso per terra, si chinò a toccargli la spalla e lanciò un urlo, ritraendosi inorridita. All’altro capo del ponte un agente fischiò senza sapere bene perché».









