Chiara Colangelo •°  

Il Presidente francese Emmanuel Macron è intervenuto alla Conferenza Africa Forward svolta in Kenya nel maggio scorso. «Africa ed Europa vogliono le stesse cose: pace, indipendenza e sovranità». Queste sono state le sue parole.

L’evento di Nairobi conferma la tendenza ad assecondare il modello di relazioni internazionali a geometrie variabili. Sacrifica multilateralismo e istituzioni internazionali.

Un modello che servirà soprattutto all’Europa e ai paesi medi. Il fine è sottrarsi dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina e impedire una profonda polarizzazione all’interno della comunità internazionale.

Capofila è la Francia. Macron tenta così di spianare la strada a un dialogo strategico con gli Stati africani per intensificare gli investimenti di capitali in innovazione e sviluppo. Vuole concorrere seriamente nella corsa sulla transizione energetica e l’intelligenza artificiale.

Da un lato, ci sono le elezioni presidenziali francesi nel 2027. Macron non potrà prendere parte. Comunque ambisce a ricoprire un incarico europeo nei prossimi anni. Dall’altro, c’è il continente africano. Le recenti tendenze economiche, demografiche e politiche dicono molto su come potrebbe cambiare la globalizzazione e la geopolitica. C’è anche il rischio che l’Unione europea finisca per essere un attore internazionale sempre più marginale.

il futuro dell’Africa è il futuro del mondo

Il giornalista e scrittore polacco, Richard Kapuncinsky ha raccontato la decolonizzazione della fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Scriveva che l’Africa esiste solo sulla carta geografica. In realtà, è un continente maestoso, vasto e impossibile da descrivere nella sua totalità.

L’Africa è complessa, ricca di risorse strategiche. Sono centrali per la transizione energetica e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. L’Africa è il continente delle possibilità. Al contempo sono Stati tra loro profondamente diversi che corrono, tutti, a velocità diverse.

L’Africa è anche il continente del riscatto per miliardi di persone oppresse da un secolo di colonizzazione. Non a caso, infatti, oggi è il continente delle nuove contese tra Russia, Cina e Stati Uniti. Il continente per tutte queste ragioni rappresenta già il futuro del mondo.

Dopo la pandemia Covid-19, i paesi dell’Africa subsahariana sono cresciuti più del resto del mondo. A certificarlo è il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Il Regional Economic Outlook 2026 evidenzia la dinamicità economica dell’area nonostante il taglio degli aiuti internazionali ordinata dal Presidente americano Trump e la crisi in Medio Oriente. 

Nel 2025 la regione ha registrato un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) pari al 4,5%. Per il 2026 il FMI prevede una leggera inflessione e una ripresa già a partire dal 2027.

l’Africa subsahariana una delle zone più dinamiche al mondo

L’Africa subsahariana è al momento una delle zone più dinamiche al mondo, anche se non mancano differenze tra i paesi in termini di crescita. Né Washington, né Pechino né Bruxelles possono ignorare tale dinamicità. Non possono non tener conto che la popolazione regionale è destinata più che a raddoppiare nel 2050. Supera già oggi i 1,2 miliardi di abitanti. Rappresenta una platea importante per il commercio e gli investimenti.

La corsa è aperta. Stando ai dati 2024 delle Nazioni Unite, dove negli ultimi anni le voci degli Stati africani sono sempre più insistenti nel chiedere una riforma dell’Organizzazione, gli africani rappresenteranno il 28% della popolazione mondiale. Sono una persona su quattro. 

Solo nell’Africa subsahariana, afferma la Banca Mondiale, già nel 2024 il 41% della popolazione aveva tra 0 e 14 anni. Oltre mezzo miliardo di giovani vuol dire forza lavoro e nuovi consumi, soprattutto, in una fase storica dominata dal preoccupante calo demografico che attraversa l’Europa, schiacciata sotto il peso di politiche migratorie restrittive, ambigue e divisive sostenute dalle forze politiche sovraniste e di estrema destra.

Pedro Sanchèz una voce fuori dal coro

Una voce fuori dal coro è quella del Primo ministro spagnolo. Pedro Sanchèz con un piano straordinario di ingressi controllati si appresta ad accogliere un milione di migranti. Ha ribadito ai suoi detrattori che rappresenta l’unico approccio possibile per una Europa che intende competere seriamente a livello internazionale e costruire solide basi di autonomia e indipendenza economica e commerciale.

3,4 miliardi di dollari di mercato, grazie all’Area Continentale Africana di Libero Scambio (AfCFTA). 296 miliardi di dollari di commercio Africa-Cina, con una crescita del 5% annuo. L’obiettivo di Pechino è arrivare presto a raggiungere i 300 miliardi di dollari all’anno. Vuole assicurarsi quella sicurezza energetica, industriale e mineraria che tiene tutti i paesi sul filo di un rasoio. 

Con il 76% di cobalto mondiale, l’81% di platino e il 67% di tantalio che provengono dai paesi africani, gli Stati Uniti puntano a competere con la Cina che vanta però una presenza stabile e capillare nel continente da oltre 16 anni.

Il taglio agli aiuti, le critiche al FMI sono entrambi sintomi delle paure dell’amministrazione USA. La Casa Bianca è cosciente dei cambiamenti in atto e la forza con la quale la Cina può sottrarle il ruolo di riferimento a livello globale. Al momento è però incapace di adottare politiche all’altezza.

la Francia portavoce dell’Europa?

L’Africa Forward di Nairobi è stato organizzato dalla Francia. Storico paese colonizzatore con alcuni Stati del continente ha stretto nel secolo scorso relazioni commerciali privilegiate. 

L’intervento del Presidente francese Macron è particolarmente significativo. Per la prima volta, è emersa l’intenzione di stringere alleanze economiche strategiche che puntino alla crescita economica dei grandi paesi africani. Quelli che negli ultimi anni hanno trainato il prodotto interno lordo del continente. Sono Kenya, Nigeria, Egitto e Repubblica Democratica del Congo, ma anche, Etiopia ed Eritrea. Qui si concentrano tutta una serie di risorse critiche. Non solo, idrocarburi, ma anche, terre rare indispensabili alla transizione energetica. Visto anche il peggioramento della crisi climatica, la Francia intende puntarvi. L’obiettivo è sfilarsi da una pericolosa interdipendenza da Cina e Stati Uniti.

Macron ha dunque enfatizzato i concetti di parità, equità, condivisione di obiettivi nel medio e nel lungo termine. Ha posto sullo stesso piano paesi che fino a ora, almeno nella fase della cosiddetta ‘prima globalizzazione’, erano considerati in via di sviluppo o appartenenti, stando alle vecchie nomenclature, al così detto Terzo Mondo.

rafforzare la produzione di fonti rinnovabili

Cobalto, manganese, rame, oro, diamanti, petrolio, gas, ma anche la disponibilità potenzialmente enorme di risorse illimitate indispensabili per le fonti rinnovabili. 

Gli investimenti di capitale francese ed europeo, perché Macron ha assunto il ruolo di portavoce dell’Europa, dovrebbero intensificarsi proprio sulla innovazione green, lo sviluppo per le filiere legate alle tecnologie e all’intelligenza artificiale. La maggior parte dei paesi africani, anche in seno alle Nazioni Unite, ha condiviso apertamente l’intenzione di rafforzare la produzione di fonti rinnovabili. Non rinunciano ancora a quelle fossili. Si aspettano prestiti finalizzati a sostenere più che la ristrutturazione dei debiti, proprio la transizione energetica.

A Nairobi diversi Stati africani si sono offerti come partner commerciali alla Francia e al vecchio continente. Questo dovrà dimostrarsi all’altezza della competizione cino-americana. La Cina è un’autocrazia e si muove come tale. Gli USA invece hanno una disponibilità enorme di capitali e know how.

che fine ha fatto il piano Mattei?

Il 30 giugno scorso Giorgia Meloni ha riferito sullo stato di attuazione del Piano Mattei. «Oltre 70 progetti, risultati tangibili», ha dichiarato la Premier nel terzo rapporto annuale dal lancio del Piano. Sulla carta la durata è quadriennale e prorogabile.

Meloni ha rivendicato che è stato riconosciuto come una iniziativa di respiro europeo e internazionale, una strategia che ha consentito assieme ad alcuni paesi africani, tra cui il Kenya, di mobilitare risorse pubbliche e private. La Presidente del Consiglio ha esaltato il modello di cooperazione su cui il Piano si fonda, per uno sviluppo condiviso, fiducia reciproca e parità.

Anche il Piano Mattei, così come l’Africa Forward di Nairobi, o ancora, gli accordi di libero scambio sempre meno multilaterali che ha recentemente concluso l’Unione europea, stanno nel gioco delle geometrie variabili. Il contesto internazionale ha perso punti di riferimento autorevoli. Ha scardinato norme e consuetudini nelle relazioni globali e ha smarrito certezze.

Dalla terza relazione sullo stato di attuazione del Piano Mattei, con le elezioni alle porte nel 2027, Meloni rivendica un successo e un modello invidiabile. Restano confermati e sottoutilizzati i centri di detenzione per migranti in Albania. I numeri sulla effettiva messa a terra non sono sufficientemente chiari a capire quali sono e quali potrebbero essere nei prossimi anni i risultati tangibili.

l’obiettivo reale del governo italiano

Che il Piano Mattei abbia un suo potenziale è in parte vero. Senza un quadro europeo e una strategia di lungo periodo è un coccio vuoto. A oggi coinvolge nove paesi africani. È una goccia nell’oceano che il continente africano rappresenta. Non lo è solo in termini di divario economico e sociale con i paesi industrializzati ma anche in termini di complessità politica che lo caratterizza. Questo suggerisce come l’Italia, che da sola peraltro non dispone di elevati capitali, sia una piccola vela che pretende di far navigare una nave da guerra.

Ha importato beni per 20,5 miliardi di euro nel 2024, sono 9,4 euro di gas. Il Piano Mattei, dunque, non sembra reggersi su una convincente progettualità di sviluppo economico dei paesi africani coinvolti. Entro la fine del 2026 dovrebbe coinvolgere 14 Stati, circa un terzo del continente.

Un altro aspetto è poco rassicurante. Se è vero che l’Italia ha stanziato quasi sei miliardi di euro, ne ha utilizzati circa 600 milioni. E la terza relazione annuale presentata dal Capo del governo continua a riportare soltanto una serie di numeri legati a stanziamenti e mobilitazioni, tra Fondo Italiano per il Clima, Garanzie SACE e crediti bilaterali.

Non è affatto chiaro l’obiettivo reale del Piano, soprattutto, se Meloni ne rivendica anche la funzione anti-immigrazione. Ma è ancora meno plausibile che di questo passo, con l’incognita elezioni e la narrativa sovranista dei soldi dei cittadini regalati agli africani, il Piano Mattei si possa porre davvero come grimaldello europeo nella competizione con la Cina, l’India, gli Usa e i paesi del Golfo in Africa.


Pubblicato su chiaracolangelo90.substack.com
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