Marco PirrellO •°
Saif è la prima persona che ho sentito parlare, l’anno scorso, al porticciolo di San Giovanni Li Cuti. C’era una sola barca, la Madleen, e una decina di folli che volevano far rotta verso Gaza. Tra loro questo ragazzone che comincia a parlare in spagnolo, scolpendo parole indimenticabili. Non conoscevo ancora la sua storia. Anzi, non sapevo proprio nulla di lui. Mi bastarono quelle parole.
Ricordo di averlo fotografato, mentre il tramonto di una Catania che mai mi era sembrata così giusta e accogliente tagliava i suoi capelli crespi.
Ho fotografato anche Tiago, mentre a pugno chiuso saluta una città che in quel momento ancora non conosce, ma che non avrebbe smesso di ringraziare nelle future occasioni.
E proprio Tiago è stato il primo che ho intervistato, il primo a darmi confidenza.
Li avevo davanti, questi missionari senza testi sacri, e mi sembravano gli esseri umani più puri che avessi mai incontrato.
Eppure erano loro a dire grazie.
A noi che raccontavamo la loro missione provando a dare il nostro minuscolo contributo.
E a tutti quelli che, volta per volta, si presentavano sugli scogli per soffiare. Soffiare su quelle splendide vele, tutti insieme, nella speranza che solcassero il mare per qualche miglio in più.
rapiti e portati via
Ne ho poi incontrati diversi di membri della flotilla. Di ogni missione passata per la Sicilia. Con alcuni sono diventato amico. Persone rare.
Una fredda serata di qualche mese fa, poi, con Tiago ho avuto anche modo di parlare ben più a lungo e in maniera informale mentre stanco morto lo riaccompagnavamo a riposare.
Abbiamo parlato delle nostre figlie e del fatto che mi sarebbe piaciuto prima o poi salire a bordo e mettere la mia camera a disposizione della causa.
Non dimentico la sua risposta e l’abbraccio con il quale ci siamo salutati.
Una persona eccezionale. Sincera. Trasparente.
Pochi giorni fa un’altra flotta è partita con il sogno di toccare le coste di Gaza come ormai troppo tempo fa riuscì a fare Vittorio Arrigoni e una delle prime spedizioni.
E ovviamente c’erano anche stavolta, Tiago e Saif, su quelle barche che puntavano senza paura verso l’inferno.
L’esercito più immorale della storia li ha rapiti e portati via, in acque internazionali.
Li ha picchiati, bendati e legati per ore.
Li ha torturati fisicamente e psicologicamente.
Ha rilasciato tutti gli altri attivisti.
Tiago e Saif no.
l’accusa di terrorismo
È stata diffusa la loro prima foto, catene alle caviglie, con una tuta da penitenziario.
Li aspetta un processo con l’accusa di terrorismo.
In quel paese che ha da poco approvato la pena di morte per accuse simili.
Non voglio pensare a nessuno scenario che non sia il loro rilascio immediato.
Il problema è che non riesco più a far pace con questo mondo.
Non voglio, anzi.
E non voglio far pace nemmeno con chi continua a raccontarlo per sentito dire descrivendo persone come Tiago e Saif in modo infame.
Non voglio più far pace con gli indifferenti.
Gramsci scriveva chiaramente di odiarli, unitamente a chi non parteggia.
E una parte bisogna che la scegliate.
Ora o mai più.
Con chi tende una mano al prossimo.
O con chi, attorno a quei polsi, stringe una catena.
Vi sembra divisivo?
Avete perfettamente ragione.
O di qua.
O di là.






