GIUSEPPE Pellizzeri •°
C’è qualcosa di speciale nel tornare ogni anno su quelle gradinate di pietra, mentre il sole cala lentamente e il teatro comincia a riempirsi di voci e aspettative. È come ritrovare un vecchio amico. Pensi di sapere già cosa ti racconterà e invece riesce sempre a sorprenderti. Ho visto l’Antigone di Sofocle, ovvero la coscienza contro il potere, la legge degli dei contro la legge degli uomini.
La storia è semplice nella sua drammaticità: il fratello di Antigone, morto, viene lasciato senza sepoltura da un decreto politico del re Creonte. Antigone si oppone e si ribella a questa pretesa del Potere di stabilire chi meriti lutto, terra e memoria e lo seppellisce in virtù di leggi morali che superano quelle terrene. Non si pentirà del suo gesto fino a togliersi la vita nella grotta dove l’aveva murata Creonte.
L’allestimento di Robert Carsen è asciutto. La scena è spoglia e severa, fatta di polvere, macerie, soldati e sacchi mortuari e il richiamo al presente è continuo, forse persino troppo. I personaggi indossano abiti contemporanei, i soldati sembrano usciti da un qualsiasi conflitto dei nostri giorni. L’impressione è che Tebe sia stata trasferita in una delle tante zone del mondo dove qualcuno decide chi merita pietà e chi no.
Antigone più grande del nostro tempo
Personalmente, però, non sono sicuro che questa scelta fosse necessaria.
Sofocle non ha bisogno di giacca e cravatta per parlare del presente. Non ha bisogno di soldati vestiti come quelli che vediamo nei telegiornali. Il rischio è che, cercando di attualizzare la tragedia, si finisca per restringerla. Antigone è più grande del nostro tempo. Funzionava prima delle guerre che vediamo oggi e continuerà a funzionare quando queste saranno finite.
Eppure il collegamento con l’oggi arriva lo stesso.
Perché Creonte non è il tiranno con la bava alla bocca. Non urla, non si presenta come il cattivo della storia. È convinto di avere ragione. È convinto di difendere lo Stato, l’ordine, la sicurezza. Ed è questo che inquieta.
I tiranni di oggi non si presentano mai come tiranni. Si presentano come uomini appartenenti ragionevoli. Parlano di emergenze, di stabilità, di interesse collettivo. Ripetono che certe libertà possono aspettare e che certe persone sono un problema. Poi, un po’ alla volta, smettono di ascoltare chi non è d’accordo.
Antigone invece è sola a opporre a Creonte le sue leggi morali, e chi è solo quasi mai vince.
Però ricorda a tutti che esistono leggi che non sono scritte nei decreti, nei regolamenti o nei comunicati ufficiali. Leggi che riguardano la dignità umana, la pietà, il rispetto dei morti, la coscienza.
È questa la vera forza di Antigone.
Non perché ci dice chi ha vinto. Lo sappiamo già che alla fine perdiamo tutti.
Ma perché continua a costringerci a una domanda che nessuna epoca riesce a evitare: quando il potere ci chiederà di voltare la testa dall’altra parte, saremo più simili a Creonte o ad Antigone?
E temo che la risposta sia molto meno rassicurante di quanto ci piaccia pensare seduti sulle pietre di questo teatro.







