Chiara Colangelo •°
Il paradigma che anticipa i tempi. Ma la scarsa trasparenza sull’andamento della spesa e la vaghezza dei progetti rischiano di rendere il piano una scatola vuota.
Il 30 giugno 2026 la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha presentato alle Camere la terza relazione annuale del piano Mattei per l’Africa.
Il rapporto, che riporta i numeri sullo stato di attuazione, scatta una fotografia della strategia di respiro nazionale su cui, sin dall’inizio della Legislatura, il governo di centrodestra ha scommesso, non solo, per provare a indirizzare capitali italiani in Africa, ma anche, per contrastare l’immigrazione.
Secondo il governo, infatti, il piano rappresenta un’importante opportunità per enti, aziende e associazioni del terzo settore impegnati nei progetti pilota.
Nella relazione, inoltre, il governo definisce il piano Mattei il paradigma che ha anticipato i tempi. Lo inserisce nella prospettiva di relazioni internazionali a geometrie variabili.
Poco dopo il lancio, però, il piano è finito nelle mani dei giudici contabili. Sono chiamati a verificare la corretta ripartizione delle risorse annunciate dal governo in particolare quelle dedicate ai progetti volti a mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Sono circa 5,5 miliardi di euro
Con una recente delibera, nel maggio 2026 i giudici contabili hanno evidenziato benefici e criticità attuativi del piano.
Il piano Mattei s’inserisce nella lotta del governo Meloni all’immigrazione e all’immigrazione irregolare. È stato confermato anche nella terza relazione annuale sullo stato di attuazione. E la presidente del Consiglio non ha mai negato tale obiettivo.
il Piano Mattei e il cambiamento climatico
Una delle cause delle migrazioni verso l’Europa è costituita anche dalle conseguenze della crisi climatica in atto.
Nei prossimi decenni, con l’aggravarsi del cambiamento climatico e delle condizioni socio-economiche delle popolazioni colpite, i flussi migratori verso l’Europa sono destinati ad aumentare.
La temperatura media globale è aumentata di 1,37 gradi rispetto all’éra pre-industriale. Considerando l’andamento attuale la realizzazione di progetti sulla transizione green nel continente africano è una priorità del governo.
Dopo l’esame della Corte dei conti sono sorti dubbi proprio sulla fattibilità dei progetti pilota. Sono 15 quelli deliberati finora. Li finanzia il Fondo per il Clima. L’Italia continua a importare ogni anno notevoli quantità di idrocarburi dal continente africano.
La trasparenza sull’effettivo impiego delle risorse e l’andamento della spesa ripartita tra pubblico e privato è scarsa. La genericità dello stato di avanzamento dei progetti pilota, compresi quelli deliberati, e degli interventi futuri sembrano lasciare intendere che, intanto, in vista del rinnovo del parlamento nel 2027, il governo Meloni potrà sfruttare il piano Mattei per rafforzare il proprio programma politico sull’immigrazione. Lo contrappone al modello dell’assistenzialismo e dell’accoglienza a tutti i costi attribuito alle opposizioni.
dura battaglia del governo contro le navi delle Ong
Insediatosi nel settembre 2022, infatti, l’esecutivo ha portato avanti una dura battaglia contro le navi delle Organizzazioni non profit, che presidiano il Mar Mediterraneo per intercettare imbarcazioni di fortuna e gommoni che partono dalle coste libiche.
Prima, lo scontro con i paesi europei che non si fanno carico dei migranti sbarcati sulle coste europee, Spagna, Italia e Grecia come previsto dai Regolamenti di Dublino, poi, l’accusa diretta alle ONG di “fare da spola tra le coste africane e l’Italia per traghettare migranti”, in aperta violazione del diritto del mare e della legislazione internazionale (così a Porta a Porta nel 2022). In più di una occasione la Premier ha accusato le ONG di esercitare la pirateria.
Rinunciando alla proposta di imporre blocchi navali, nel 2023, il governo Meloni ha così approvato il decreto ONG. Tra la fine del 2024 e il 2025 ha realizzato i contestati centri di detenzione in Albania.
tutti i numeri del piano Mattei
Dal 2024 al 2026, il piano Mattei ha esteso la rete di paesi africani nei quali dovrebbero essere realizzati circa 76 progetti pilota in diversi settori. Riguardano agricoltura e pesca, energia, acqua, digitale e infrastrutture fisiche, istruzione, formazione e cultura e infine salute. Il piano Mattei coinvolge ora circa 18 partner africani. L’obiettivo è di investire circa 5,5 miliardi di euro.
Le risorse, indicate nella terza relazione annuale sullo stato di attuazione del piano Mattei, e da sole insufficienti alla realizzazione di tutti i progetti pilota, sono ripartite tra molteplici enti nazionali, quali il Fondo Italiano per il Clima. Il suo comitato tecnico nel 2026 ha deliberato 1,2 miliardi di euro, 4 miliardi di euro mobilitati dal Fondo garanzia SACE, e una conversione del debito, già avviata, pari a 269 milioni di euro.
L’Italia vanta milioni di euro di crediti nei confronti di diversi Stati del continente. Conta di convertirli in investimenti, come auspicato anche dal FMI e dalla Banca mondiale al fine di scongiurare l’esplosione del debito pubblico che in Africa ammonta a mille miliardi di dollari ed è detenuto da Stati stranieri.
A colpo d’occhio, i fondi del piano Mattei possono risultare importanti. Anche perché nessun paese europeo si è mai impegnato pubblicamente a investire miliardi di euro nel continente in progetti di sviluppo tramite un piano ad hoc.
Di fatto, però, i 5,5 miliardi annunciati, di cui nei due anni trascorsi sarebbero stati spesi circa 600 milioni di euro non bastano a realizzare il piano così come delineato. Non ci sono dati aggiornati forniti dal governo sulla spesa effettiva. E al momento resta tutto solo sulla carta.
i vantaggi politici del piano Mattei
I vantaggi del piano Mattei sembrano perciò essere esclusivamente politici. L’Italia, infatti, continua a coprire un ruolo da protagonista sul futuro dell’Africa. Negli ultimi due anni ha promosso e condotto otto vertici con il continente.
Il primo si è svolto il 28 e il 29 giugno 2024. Ha riunito capi di Stato e di governo, seguito dal Global Gateway, ha coinvolto anche la Commissione europea. Il secondo vertice, Italia-Africa è stato il 13 febbraio 2026 ad Addis Abeba. E infine, l’Assemblea dei Capi di Stato dell’Unione Africana del 14 febbraio 2026 ha visto lo Stato italiano ospite d’onore.
I temi affrontati non sono lontani da quelli dell’Africa Forward Summit promosso dal presidente francese Emmanuel Macron a Nairobi, in Kenya.
In Africa la partita si gioca interamente su determinate priorità. Il rafforzamento delle relazioni commerciali e d’investimento deve poggiare sul partenariato pubblico e privato. E l’idea che i paesi europei e gli Stati africani possano e debbano collaborare su un piano di parità reciprocamente riconoscibile e riconosciuta.
scommessa europea sull’Africa
I paesi europei che intendono scommettere sul futuro dell’Africa dovranno considerare crescita, sovranità e industrializzazione, con l’urgenza di mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico in atto, la resilienza e la sostenibilità in termini di risorse idriche ed energetiche oltre che logicamente di debito pubblico.
L’Italia, da sola, non è in grado di garantire le risorse necessarie all’attuazione del piano. Per questo il governo Meloni, come ha spiegato al Parlamento, ha ottenuto la promessa di co-finanziamenti da parte delle istituzioni internazionali. Dovrebbero aiutare ad aumentare lo sforzo economico complessivo Banca Mondiale, Afdb, Cdp, e Commissione europea con la garanzia TERRA e RISE. L’ammontare complessivo è di circa 300 milioni di euro da conferire a favore di Cassa Depositi e Prestiti.
Il tutto con il partenariato delle Agenzie ONU, UNDP, IFC, IFAD, FAO e AFC su progetti che però nella terza relazione non sono stati ancora nemmeno abbozzati. Senza contare che l’operato delle principali agenzie internazionali oggi è fortemente influenzato dalle politiche trumpiane di tagli agli interventi in Africa.
estrema complessità dei progetti pilota
Mentre l’esecutivo parla di miliardi di euro deliberati e accordi operativi, ed evidenzia che “sono numeri che, presi insieme, descrivono non una somma di iniziative, ma un sistema operativo e funzionante”, serpreggia il timore, confermato anche dalla delibera del maggio scorso dei giudici contabili, che i progetti pilota siano estremamente complessi per poter essere realizzati, anche perché gli stati africani hanno deficit infrastrutturali e di risorse difficili da colmare nel medio-lungo periodo.
Soprattutto, se la prospettiva è quella di inseguire un modello di relazioni a geometrie variabili che sta già preparando il terreno per una competizione feroce nel continente africano tra paesi stranieri, Cina, USA, e UE, seppur ancora in modo molto marginale. Sarebbero invece necessari progetti e interventi di respiro internazionale, oltre che europeo, per scongiurare che l’Africa, come altri continenti o regioni, finiscano per trasformarsi in un nuovo bottino, prodotto dello sfruttamento, della speculazione e di interessi geopolitici particolari.
Il rischio è che si riproponga un modello di investimenti prevalentemente privati che, accorgendosi dei profondi deficit infrastrutturali e sociali del continente, spaventati che le risorse non possano essere adeguatamente spese sui progetti annunciati, decidano di dirottarle verso piani business as usual. Come lascia già intendere anche la relazione sullo stato di attuazione del piano, dovrebbero apportare benefici al cd Sistema Italia e respingere l’immigrazione.
Pubblicato su chiaracolangelo90.substack.com
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