Filippo Sigismondi •°  

Il 4 agosto scorso si sono svolte in Michigan le primarie del Partito Democratico per scegliere il candidato con cui concorrere alle elezioni di novembre per un seggio al Senato degli Stati Uniti. Un’elezione normalmente di terz’ordine per la cronaca politica internazionale, almeno per quella italiana.

La pur esigua risonanza concessa alla vittoria di Zohran Mamdani e l’ascesa a sindaco di New York City aveva rappresentato, qualche mese fa, una sorta di fuori pista. Online, invece, Mamdani era riuscito a monopolizzare l’attenzione ben oltre i confini degli States.

Pochi mesi dopo, un altro astro nascente della nuova sinistra americana è riuscito ad accalappiare l’attenzione internazionale. Prima ancora che per la sua direzione politica, per il suo nome, per il suo volto. Abdul El-Sayed, nato in Michigan, in un sobborgo di Detroit, da genitori immigrati dall’Egitto, ha appena vinto la primaria democratica per il Senato. Lo ha fatto in uno Stato che vota democratico alle presidenziali dal 1992. Negli ultimi trent’anni, ha eletto esclusivamente senatori democratici. E lo ha fatto contro Haley Stevens, deputata al quarto mandato alla Camera, espressione molto più riconoscibile dell’establishment del partito.

dopo Mamdani vince anche El-sayed

Per capire perché la sua vittoria abbia attirato tanta attenzione, però, bisogna andare oltre la sua storia personale. El-Sayed ha vinto una partita nella quale, almeno sulla carta, quasi tutto sembrava essere dalla parte della sua avversaria.

La vittoria, a ogni modo, è stata tutt’altro che schiacciante. El-Sayed ha prevalso su Stevens per circa 14.000 voti, in una primaria rimasta incerta fino alle ultime schede. A novembre lo aspetta l’ex deputato repubblicano Mike Rogers, già candidato al Senato nel 2024. Perse contro la democratica Elissa Slotkin per meno di 20.000 voti. Partire favorito nella primaria, insomma, non significa essere arrivato al traguardo.

I mercati di previsione di Kalshi, oggi, attribuiscono a El-Sayed circa il 60% di probabilità di conquistare il seggio a novembre, contro il più cauto 48% dagli studi di The Economist. L’affidabilità di queste stime rimane tuttavia labile. Gli stessi mercati avevano attribuito a El-Sayed probabilità prossime alla certezza alla vigilia della primaria, salvo scoprire poche ore dopo che la corsa era stata molto più combattuta del previsto.

Facciamo ora un passo indietro di otto anni. Nel 2018, a soli 33 anni, Abdul El-Sayed aveva già tentato la scalata alla politica statale. Era candidato alle primarie democratiche per la carica di governatore del Michigan, con una campagna, apertamente progressista. Aveva attirato l’attenzione nazionale, prima di infrangersi contro la favorita Gretchen Whitmer. El-Sayed aveva ottenuto poco più del 30% dei voti, abbastanza per imporsi come nome caldo nello stato per le tornate successive, ma non ancora per prendersi il partito.

il programma tra sicurezza economica e sanità

Medico, epidemiologo, Rhodes Scholar, formatosi tra Michigan, Oxford e Columbia, El-Sayed era stato già direttore del Detroit Health Department, tra il 2015 e il 2017. La prima esperienza amministrativa era arrivata quindi dalla sanità pubblica, non dal Congresso o dall’apparato del Partito Democratico. Otto anni dopo quella sconfitta, la sua candidatura al Senato parte da una premessa diversa. El-Sayed non si fa ingolosire dalla prospettiva di presentarsi come una versione più giovane e più radicale del Democratico tradizionale. La sua campagna ruota attorno a tre messaggi: togliere il denaro dalla politica, rimetterlo nelle tasche degli americani e garantire a tutti l’accesso a Medicare for All.

Un tentativo marcato di scrollare quell’alone di utopia e irraggiungibilità dai programmi che permea il Partito Democratico dell’ultimo mezzo secolo: sanità universale, riduzione del costo della vita, maggiore tassazione dei più ricchi, rafforzamento del welfare e dei salari e una forte opposizione al potere delle corporation. Sul piano della politica estera, El-Sayed chiede inoltre la fine degli aiuti militari statunitensi a Israele e l’abolizione dell’ICE. È una piattaforma nettamente progressista. Ma c’è una parola che El-Sayed evita accuratamente per descriverla: socialista.

perché non volersi definire socialista

E allora perché non definirsi socialista, o quantomeno, lasciarsi definire tale? Tanto sta anche nel modo in cui El-Sayed racconta sé stesso. La sua politica non nasce dall’appartenenza a una tradizione ideologica, ma dalla convinzione che alcune funzioni fondamentali dello Stato (sanità e sicurezza economica) debbano tornare a essere strumenti al servizio dei cittadini. Una distinzione sottile, eppure politicamente rilevante. El-Sayed non sembra interessato a fare del socialismo un’identità da indossare. Vuole portare nel programma alcune delle politiche che quella tradizione ha storicamente rivendicato.

Anche per questo la sua campagna ha insistito meno su una cifra ideologica, preferendo fare dei numeri crudi il proprio punto di forza. Si è sintonizzato direttamente sulle calcolatrici delle famiglie del Michigan. Il discorso si sposta così sul piano individuale: il costo delle cure, il carovita, la quota di stipendio che resta a fine mese e il peso che le grandi corporation o i grandi donatori esercitano su queste dinamiche. È un messaggio volutamente semplice e, soprattutto, traducibile in una campagna elettorale capace di muoversi senza l’appoggio dei meccanismi tradizionali del Partito Democratico.

El-Sayed ha organizzato più di 500 eventi di persona durante la campagna. Ha costruito una fitta e dedita rete di volontari e sostenitori sul territorio. La scelta è coerente con uno dei cardini della sua candidatura. Se il problema è il peso del denaro nella politica, la risposta deve essere una mobilitazione che dipenda il meno possibile da quel denaro. La campagna ha quindi fatto della contrapposizione tra grassroots money e outside money non soltanto una questione finanziaria, ma una parte della propria identità politica.

la storia locale diventa internazionale

Questo è il momento in cui la storia diventa rilevante internazionalmente. Perché una cosa è candidarsi contro l’establishment, un’altra è riuscire a farlo quando l’establishment ha a disposizione decine di milioni di dollari per spingere un’agenda che promuove interessi non esclusivamente nazionali.

Come spesso accade, per capire meglio bisogna cercare nei numeri. Haley Stevens ha affrontato la primaria con un vantaggio finanziario difficilmente ignorabile. Aveva circa 62 milioni di dollari in advertising acquistato da gruppi esterni a sostegno della sua candidatura, contro una spesa complessivamente molto più contenuta per El-Sayed e i suoi alleati. Il rapporto tra le due macchine pubblicitarie è arrivato a circa nove a uno.

Ridurre questo divario a una semplice discrepanza nei mezzi rischia però di non cogliere una differenza più profonda. È il modo in cui i due candidati hanno scelto di costruire la propria campagna. Da una parte una candidata con il sostegno di figure centrali del Partito Democratico del Michigan, una lunga esperienza istituzionale e una rete di grandi finanziatori. Dall’altra un candidato che aveva costruito buona parte della propria campagna sul territorio e sulla raccolta di piccoli contributi, facendo proprio dell’opposizione a quel denaro esterno uno dei propri principali argomenti.

il denaro del PAC si trasforma in spot televisivi

Il meccanismo attraverso cui questo denaro entra nelle campagne americane merita una parentesi. I Political Action Committee, meglio noti come PAC, sono organizzazioni che raccolgono e spendono denaro per finalità politiche. I Super PAC, nati dopo alcune sentenze della Corte Suprema e delle corti federali nei primi anni Dieci, possono invece raccogliere somme illimitate da privati, aziende e altre organizzazioni. Possono spenderle per sostenere o attaccare candidati, purché non si coordinino direttamente con le loro campagne. Sono uno dei principali canali attraverso cui grandi donatori e organizzazioni possono trasformare il proprio denaro in spot televisivi, pubblicità online e campagne elettorali senza finanziare direttamente il candidato.

Nel caso del Michigan, il protagonista è il United Democracy Project, il Super PAC collegato ad AIPAC. I suoi quasi 32 milioni di dollari non sono quindi un finanziamento diretto alla campagna di Stevens. Sono una macchina elettorale separata, capace però di spendere somme enormi per favorirne la candidatura.

AIPAC da lobbying a macchina elettorale

L’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC) è una delle organizzazioni più influenti della politica americana sui rapporti tra Stati Uniti e Israele. Nata come organizzazione di pressione sul Congresso, negli ultimi anni ha affiancato al lobbying una potente macchina elettorale, attraverso organizzazioni come il United Democracy Project. L’obiettivo è sostenere candidati favorevoli al rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Gerusalemme e contrastare quelli considerati una minaccia a questo rapporto.

La corsa del Michigan era particolarmente importante proprio per la presenza di El-Sayed: musulmano, profondamente critico nei confronti della politica israeliana a Gaza e contrario agli aiuti militari statunitensi a Israele. Stevens, al contrario, si definisce una «proud pro-Israel Democrat», sostiene l’assistenza militare a Israele e respinge l’accusa di genocidio rivolta a Israele.

Il 9 giugno il United Democracy Project è entrato ufficialmente nella corsa, prenotando i primi 2,3 milioni di dollari di advertising a sostegno di Stevens. Sarebbe stato soltanto l’inizio. Nel corso dell’estate, infatti, la spesa del super PAC collegato ad AIPAC avrebbe superato i 31 milioni di dollari, all’interno di una spaventosa campagna pubblicitaria esterna complessiva da circa 62 milioni.

Curiosamente (forse), negli spot Israele compariva molto meno di quanto ci si potesse aspettare. Il messaggio era costruito attorno a ciò che Stevens poteva rappresentare per un elettore del Michigan: la manifattura, l’industria automobilistica, il salvataggio dell’auto industry e il rapporto con Barack Obama. Nella pubblicità, centrale era proprio il ruolo avuto da Stevens nell’amministrazione Obama e nella task force che contribuì alla gestione del salvataggio dell’industria automobilistica americana durante la crisi finanziaria.

il denaro di AIPAC vantaggio o problema

Una scelta tutt’altro che casuale, dato che per AIPAC la partita non consisteva soltanto nel difendere una posizione su Israele, ma nel rendere Stevens la candidata più credibile e più familiare per gli elettori democratici. Il legame con Obama e con l’automotive offrivano un linguaggio molto più immediato di quello della politica mediorientale.

El-Sayed ha però scelto di non lasciare che quella montagna di denaro restasse sullo sfondo, facendo proprio dell’intervento di AIPAC uno dei bersagli centrali della sua campagna. Lo ha presentato come l’esempio concreto di ciò contro cui si era candidato: un sistema nel quale organizzazioni esterne possono spendere decine di milioni per influenzare la scelta degli elettori prima ancora che questi arrivino alle urne, anche questa volta con un motivo ben preciso.

Il Michigan non è soltanto uno Stato competitivo, uno dei cosiddetti Swing States. È anche uno degli Stati americani con la maggiore presenza arabo-americana e musulmana. Sono circa 300.000 persone concentrate soprattutto nell’area di Detroit. In un elettorato democratico già profondamente diviso sulla guerra di Gaza, il denaro di AIPAC poteva quindi essere trasformato da vantaggio per Stevens in un problema per Stevens.

anche la vittoria progressista di Biss

E non è la prima volta. Pochi mesi fa, in Illinois, il candidato progressista Daniel Biss aveva trasformato i circa 4,4 milioni di dollari spesi da gruppi legati ad AIPAC a sostegno della sua avversaria Laura Fine in uno degli argomenti centrali della propria campagna. Ha vinto nettamente. In Michigan, però, la posta era molto più alta. Il United Democracy Project non aveva mai investito così tanto in una primaria senatoriale. Per AIPAC, quella del Michigan era una prova su scala nazionale della capacità del proprio apparato elettorale di orientare una primaria democratica. È stata una prova fallita.

Eppure, sarebbe semplicistico fermarsi alla sconfitta di AIPAC, come se il risultato del Michigan fosse soltanto una rivincita contro il denaro della politica. El-Sayed non è interessante soltanto perché ha battuto una candidata sostenuta dall’establishment. Il suo successo lascia spazio a riflessioni a più ampio spettro sul quadro del Partito Democratico. La domanda, a questo punto, diventa inevitabile: quanto c’è di nuovo in Abdul El-Sayed? È qui per rimanere o è solo un’altra bella falsa speranza?

Il paragone più immediato è quello con Zohran Mamdani. In comune c’è qualcosa di più della semplice categorizzazione in giovani leader progressisti. Entrambi hanno costruito il proprio consenso attorno al costo della vita, alla sanità, al potere delle corporation e a una critica esplicita dei meccanismi tradizionali del Partito Democratico, che fatica ancora ad adottarli come propri volti.

l’importanza della mobilitazione dal basso

Entrambi hanno fatto della mobilitazione dal basso una componente essenziale della propria campagna. Entrambi, soprattutto, hanno dimostrato che una candidatura può costruire consenso senza partire dall’approvazione dell’apparato.

La differenza vera, importante per due facce molto diverse dell’elettorato, è che uno dei due abbia apertamente abbracciato l’etichetta di democratic socialist (diverso da social-democratico), attirandosi ancora più simpatie anche a livello internazionale. La distinzione non è meramente lessicale. Mamdani ha scelto di fare del socialismo una parte esplicita della propria identità politica.

El-Sayed sembra invece interessato a sottrarre le proprie proposte alla necessità di essere ricondotte a un’etichetta. Sanità universale, redistribuzione, rafforzamento del welfare, salari più alti e tassazione dei più ricchi possono essere presentati come strumenti per rispondere a problemi concreti, senza necessariamente diventare una dichiarazione di appartenenza ideologica.

avanza una nuova sinistra USA

Forse è proprio qui che si trova una delle caratteristiche della sinistra americana che sta emergendo davanti ai nostri occhi. Non necessariamente una sinistra più socialista, ma una sinistra che sembra avere sempre meno bisogno di chiedere il permesso per proporre politiche che, fino a pochi anni fa, venivano trattate come marginali. E qui torna, finalmente, Bernie Sanders, che per decenni ha provato a spostare il Partito Democratico verso sinistra, prima ancora che esistesse una generazione capace di trasformare quella spinta in una forza elettorale autonoma.

La sua parabola politica è una lunga scia di sconfitte elettorali, compromessi e primarie perse, abbastanza da scalfire qualsiasi morale. Oggi, però, mentre si avvia a lasciare le redini di quella battaglia, può guardare in là, a El-Sayed e Mamdani, e riconoscere qualcosa che nel 2016 o nel 2020 era ancora difficile da vedere. Le idee che allora sembravano appartenere a una minoranza rumorosa sono diventate parte del vocabolario con cui una nuova generazione di Democratici prova a conquistare il potere.

Può darsi, allora, che valga la pena guardare già a ciò che viene dopo, senza soffermarsi troppo sulla vittoria di El-Sayed. Bernie Sanders ha profuso decenni di sforzi, raccogliendo come eredità, prima di ora, solo l’affetto del pubblico internazionale. I nuovi volti gli regalano la speranza che questa battaglia possa sopravvivergli, ma sarebbe quasi sciocco inebriarsi di gioia per questo passo e considerarla una vittoria.

dopo le primarie serve governare

El-Sayed ha vinto una primaria per 14.000 voti. A novembre dovrà ancora conquistare il Michigan. AIPAC ha perso una scommessa, non il proprio potere, né la propria capacità di spesa. Il Partito Democratico non è diventato socialista. Il sistema che permette a decine di milioni di dollari di entrare in ogni consultazione non è cambiato di una virgola. Vincere una primaria è cambiare chi siede al tavolo.

Cambiare le regole del tavolo è un’altra cosa. Magari è questa la parte interessante. La domanda che arriva dal Michigan non è se l’America sia improvvisamente diventata di sinistra. Non lo è. È se una parte della sinistra abbia finalmente imparato a parlare di politica senza vergognarsi delle proprie idee, ma anche senza pretendere che basti pronunciarle perché il mondo cambi.

Forse Sanders può davvero permettersi, questa volta, un po’ di fiducia. Non perché abbia vinto, ma perché qualcuno dopo di lui sta provando a correre la stessa gara. Il resto, però, è ancora tutto da dimostrare. Le primarie si vincono. I partiti si cambiano molto più lentamente. E governare è un’altra cosa ancora.


Pubblicato su mercurioonline.substack.com
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