ADELCHI GALBIATI •°

Il 27 febbraio 2017 Fabiano Antoniani, meglio noto come Dj Fabo, raggiunta la Svizzera grazie all’aiuto di Marco Cappato, politico e attivista italiano, ottiene l’eutanasia per mezzo del suicidio assistito. Rimasto cieco e tetraplegico a causa di un incidente d’auto a Milano nel 2014, l’uomo, appena quarantenne, decide, dopo anni di terapie e di dolore, di mettere fine alla sua vita.

Motiva così la sua scelta: «le mie giornate sono intrise di sofferenza e disperazione, non trovando più il senso della mia vita ora. Fermamente deciso, trovo più dignitoso e coerente, per la persona che sono, terminare questa mia agonia» (Antoniani 2017).

Dopo aver tentato in tutti i modi di ottenere il fine vita in Italia, rivolgendosi anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Dj Fabo decide di recarsi in Svizzera. Lì a seguito di un iter volto ad accertare la sua volontà e sotto controllo medico è finalmente in grado si autosomministrarsi il farmaco che pone fine alla sua vita. 

non è reato per la Corte Costituzionale

Al suo rientro in Italia, Marco Cappato si autodenuncia subito alle autorità, consapevole di aver violato l’art. 580 del Codice penale, denominato «Istigazione o aiuto al suicidio». Fra le altre cose recita: «chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni» (art. 580 c.p.). Oltre a infiammare l’opinione pubblica italiana per mesi e anni, la vicenda ha dato vita a un lungo processo che alla fine si è concluso con l’assoluzione di Cappato e con un’udienza della Corte Costituzionale.

Il 25 settembre 2019 ha stabilito che non è punibile ai sensi dell’art. 580 c.p. «chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli» (Corte costituzionale 2019). Cosa dobbiamo pensare di questa vicenda, degli attori coinvolti, e delle leggi attualmente vigenti in Italia? Come districarci in questo groviglio che interseca, tra le altre cose, scienza, etica e giurisprudenza?

tentare di comprendere l’eutanasia guardando alla filosofia

L’eutanasia, dal greco antico εὖ, “bene” e ϑάνατος, “morte”, riguarda un soggetto consenziente in grado di esprimere la propria volontà. È la «morte non dolorosa di un paziente, procurata deliberatamente con la somministrazione di un farmaco letale, oppure con l’assunzione da parte della persona malata di un farmaco letale preparato da un medico» (Neri 2010). Al pari del suicidio, l’eutanasia è difficile da trattare a livello di dibattito pubblico. Va a toccare alcuni dei presupposti su cui si basano le nostre norme di convivenza e la nostra identità culturale, dalla religione ai principi ultimi su cui si regge la comunità, dalla morale alla medicina, dai paradigmi culturali alla scienza, fino all’autonomia individuale.

Per questo nel tentare di comprendere cosa sia effettivamente l’eutanasia e quali conseguenze abbia per la nostra società può essere utile guardare alla filosofia. Eutanasia e suicidio sono due fenomeni radicalmente diversi, per esempio per il ruolo giocato dal medico e per il dolore coinvolto nell’attualizzare la scelta di morire. Eppure molte delle domande sollevate dal caso Dj Fabo trovano eco nelle riflessioni sulla morte volontaria di Michel de Montaigne. Vedere come questo autore tratta il tema del suicidio può essere utile anche per comprendere l’eutanasia.

le riflessioni di Montaigne ancora attuali

Chi meglio di lui può aiutarci in questo esercizio, sapendo che si tratta non tanto di prendere subito una posizione netta, definitiva e immutabile, quanto di mettere in dubbio le proprie certezze e le convinzioni più istintive ed emozionali che abbiamo? Troveremo che Montaigne, pur non trattando esplicitamente il tema del fine vita nei suoi scritti, può essere ancora attuale per comprenderlo. Le sue riflessioni invece di invitarci a una posizione semplice e definitiva ci obbligano a complicare ulteriormente il dibattito sull’eutanasia. 

Nei suoi Saggi (Montaigne 2017) Montaigne non parla mai esplicitamente di eutanasia. In realtà non scrive mai esplicitamente il termine suicidio, eppure nel capitolo II,3 Usanza dell’isola di Ceo troviamo un passo che sembra rimandare direttamente a questa pratica: 

Ci sono dei governi che si sono occupati di regolare la giustizia e l’opportunità delle morti volontarie. Nella nostra Marsiglia si conservava, in passato, del veleno preparato con la cicuta, a spese dello Stato, per quelli che volessero abbreviare i loro giorni, quando avessero prima dimostrato ai Seicento, cioè al loro senato, le ragioni della loro decisione (Montaigne 2017, 325). 

prepararsi alla morte e imparare a morire

Questo brano, inserito nel capitolo che forse parla di suicidio in modo più esplicito di tutti, ci permette di aggrapparci a Montaigne per svolgere qualche riflessione sulla morte e sull’eutanasia. La morte rappresenta un tema centrale all’interno dell’economia dei Saggi. Montaigne vi torna a più riprese. Vi dedicando interi capitoli, come per esempio I, 20 Filosofare è imparare a morire. Qui Montaigne sostiene che filosofare altro non è che prepararsi alla morte e imparare a morire. Dipinge la morte come un evento del tutto naturale, che non deve incutere timore. Al contrario, la morte è sinonimo di libertà. Montaigne arriva a scrivere: «la meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione» (Montaigne 2017, 78). 

All’interno di queste riflessioni sulla morte anche la morte volontaria, il suicidio, trova una sua importanza. Si situa in una posizione complicata, come punto di divergenza tra l’ortodossia cristiana e la saggezza pagana. Se da un lato Montaigne è un fervido cristiano, dall’altro anche la sua ammirazione per gli antichi è nota. Fra questi molti di quelli che più stima, da Seneca a Catone, hanno posto fine alla propria vita con un suicidio.

il suicidio, questione problematica e controversa

Come al solito, nell’affrontare il tema del suicidio Montaigne non si ferma alle prime impressioni, ma indaga entrambi i partiti. Il suicidio è sempre da condannare, come vorrebbe la religione cattolica, oppure in alcuni casi si può giustificare? Se guardiamo alla saggezza pagana, sembra che disprezzare la morte possa essere un «qualcosa di più dell’aspettare pazientemente la morte quando viene» (Montaigne 2017, 314), un andarle incontro. «Il saggio vive quanto deve, non quanto può» e «questa non è la ricetta per una sola malattia, la morte è la ricetta per tutti i mali» (Montaigne 2017, 315).

La saggezza antica a cui Montaigne rimanda sembra dunque avere una posizione piuttosto chiara sul suicidio, ma è proprio qui che il filosofo problematizza la questione e introduce la controversia. Molti, infatti, ritengono che non possiamo abbandonare il mondo come e quando vogliamo. «Spetta a Dio, che ci ha mandati qui, non solo per noi, ma per la sua gloria e per l’utilità altrui, darci congedo quando gli piacerà, non a noi prenderlo» (Montaigne 2017, 316). Se prima la virtù stava nel disprezzare la morte e nel saperle andare incontro al momento giusto, adesso essa ha cambiato faccia: «cerca i mali e il dolore come suo alimento» (Montaigne 2017, 315). Non si tira indietro.

conclusioni solo provvisorie e parziali

Ancora una volta, Montaigne non prende una decisione ultima e definitiva riguardo al suicidio. Indaga i diversi partiti, prende in considerazione argomentazioni opposte. Arriva a porsi una domanda: «quali occasioni sono abbastanza giustificate perché un uomo venga alla decisione di uccidersi» (Montaigne 2017, 318)? Anche qui, Montaigne indaga diversi tipi di suicidio, dai casi individuali a quelli collettivi e di massa, fino ai casi in cui ci si uccide per la speranza in un bene più grande. Solo alla fine del capitolo sembra arrivare a una conclusione, per quanto provvisoria e parziale: «il dolore insopportabile e una morte peggiore mi sembrano gli incitamenti più scusabili» (Montaigne 2017, 326). 

Montaigne di certo non prende il suicidio alla leggera. Non possiamo dire che ne fosse un fermo sostenitore. Probabilmente era contrario al suicidio, ma aveva al tempo stesso una posizione meno rigida rispetto a quella della Chiesa del suo tempo. Senza volersi formare un’opinione fissa e immutabile, ammetteva che a determinate condizioni il suicidio potesse essere una valida opzione. Avere un atteggiamento come il suo può essere utile anche per comprendere l’eutanasia. Se, come scrive Montaigne stesso, «la storia è tutta piena di coloro che in mille modi hanno cambiato con la morte una vita penosa» (Montaigne 2017, 321), e se in alcuni casi di dolore estremo e insopportabile anche il suicidio pare essere un gesto giustificabile, perché allora non permettere l’eutanasia? Ottiene lo stesso identico fine comportando meno rischi e meno sofferenze per il soggetto.

eutanasia e suicidio, etica e bioetica

Certo, l’eutanasia è molto più complicata del suicidio, perché fa entrare in gioco tutta una serie di nuovi attori, ognuno con le proprie responsabilità: se nel suicidio l’individuo è solo, e prende le sue scelte, nell’eutanasia entrano in scena la figura del medico, la legge, lo Stato e la medicina in generale, andando così a trasformare un problema di etica in un problema di bioetica. Potremmo quasi azzardare prendendo a prestito un termine da Foucault, di biopolitica. Ecco che allora sorgono domande del tutto nuove: qual è il ruolo del medico? Egli deve conservare la vita a ogni costo oppure accompagnare il paziente rispettandone la volontà? Chi ha il potere di decidere sulla vita di un individuo? Quali istituzioni devono prendere queste decisioni?

Oltre a tutte queste questioni che riguardano la messa in pratica dell’eutanasia e la legiferazione a riguardo, in gioco ci sono anche temi che riguardano l’individuo, come l’autonomia di giudizio, l’autonomia del paziente e la dignità della persona. Ecco allora che se abbiamo detto che il suicidio è meno problematico dell’eutanasia perché l’individuo è solo, il fine vita può capovolgere tutto ed essere una risposta proprio a questa solitudine: lo Stato non lascia più solo l’individuo, ma lo accompagna.  

l’utilità del vivere non è nella durata, ma nell’uso

Nel tentare non dico di rispondere a tutte queste domande, ma quantomeno di indagarle, non dobbiamo anacronisticamente attribuire a Montaigne una posizione sull’eutanasia, ma usarlo sia per prendere spunto dal suo metodo, problematizzando la questione e sospendendo il giudizio invece di prendere decisioni definitive, sia per elaborare noi stessi una nostra posizione, per provvisoria che sia. Non è questo, del resto, l’esercizio che siamo costantemente chiamati a fare leggendo i Saggi?

Ecco allora che se, come Montaigne scrive in I,20, «l’utilità del vivere non è nella durata, ma nell’uso» (Montaigne 2017, 86), e se, come scrive nell’Apologia di Reymond Sebond, in alcuni casi può essere opportuno ricorrere a «quella cosa sulla quale in generale la filosofia si trova d’accordo, quell’ultima ricetta che essa prescrive per ogni specie di malanno, che è di por fine alla vita che non possiamo sopportare» (Montaigne 2017, 452), allora forse possiamo meglio comprendere la scelta di Dj Fabo e di tanti altri che, come lui, decidono di chiedere un aiuto per porre fine alla propria vita. Se poi teniamo conto che talvolta «è tempo di morire quando a vivere c’è più male che bene» (Montaigne 2017, 201), forse non ci parrà più tanto strana e folle come a primo impatto quell’usanza dell’isola di Ceo con cui Montaigne chiude II,3:

quando a vivere c’è più male che bene

Sesto Pompeo, andando in Asia, passò per l’isola di Ceo di Negroponte. Avvenne per caso che mentre era là […] una donna di alto rango, dopo aver reso conto ai suoi concittadini del perché fosse decisa a por fine alla propria vita, pregò Pompeo di assistere alla sua morte […]. Costei aveva passato novant’anni in ottime condizioni di spirito e di corpo, ma allora, distesa sul suo letto, […] disse: “[…] per parte mia, avendo sempre sperimentato il volto favorevole della fortuna, per paura che il desiderio di viver troppo non me ne faccia vedere uno contrario, darò congedo ai resti della mia anima con una fine felice, lasciando di me due figlie e una legione di nipoti”.

Detto ciò, dopo aver ammonito ed esortato i suoi all’unione e alla pace, aver spartito fra loro i suoi beni, e raccomandati gli dèi domestici alla figlia maggiore, prese con mano ferma la coppa in cui era il veleno (Montaigne 2017, 326). 


Corso di Temi e Problemi del Pensiero Moderno
Anno Accademico 2025/2026
Professore Alberto Frigo

Bibliografia
Montaigne, Michel de. 2017. Saggi. Milano: Bompiani [1580];

Regno d’Italia. 1930. Codice Penale, approvato con Regio Decreto del 19 ottobre 1930, n. 1398. Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, n.251, 26 ottobre 1930 (e successive modifiche).

Sitografia
Antoniani, Fabiano. 2017. “Il testamento di Dj Fabo: ‘Avevo sacrosanto diritto a morire’.” Rai News, 28 febbraio. Ultima consultazione 27 luglio 2026.

Corte costituzionale. 2019. “Sentenza n. 242 del 2019”. 22 Novembre. Ultima consultazione 27 luglio 2026

Neri, Demetrio. 2010. “Eutanasia”. In Dizionario di medicina. Roma: Istituto della Enciclopedia Italiana. Ultima consultazione 27 luglio 2026.