a cura di GIUSEPPE PELLIZZERI

Nasce a Messina nel 1963, cardiologo. Vive, lavora e scrive in un piccolo centro della Sicilia, affacciato sulle sponde del Mediterraneo.
Scrittore di storie quotidiane, alcuni suoi racconti sono pubblicati in antologie nazionali.
Ha esordito con Quadri dalla stanza di un medico, un volume d’arte a tiratura limitata presentato all’ADI Design Museum di Milano nel 2023. Sono 38 racconti illustrati da Frank Denota, artista della Pop Art newyorkese. Ottiene il Premio della critica al Premio letterario nazionale Costa Edizioni.
PREMI
NARRATIVA
La lunga notte del dottor Lo Cascio
Vince il Premio Letterario Internazionale Casinò di Sanremo Antonio Semeria e la Targa di Merito al Premio letterario Città di Cava de’ Tirreni.
È finalista del Concorso Letterario Argentario 2025 & Premio Caravaggio.
RACCONTI
Acque
Vince il Primo Premio Letterario Nazionale Splendida Matera.
Il coraggio di una donna
Terzo classificato al Premio Internazionale Donna del Centro Italiano Femminile
Gente come noi
Quarto ex-aequo e diploma d’onore al Premio Nazionale Giovane Holden.
Storie quotidiane
Vai piano, Fal, amico mio
Oggi Fal è venuto a salutarmi. Finisce la stagione estiva e lui riparte.
Lo conosco da almeno trent’anni e dovrei esserci abituato. Ogni estate arriva, ogni estate se ne va. In mezzo ci sono domeniche di sole, cappelli impilati sulla testa, borse appese ovunque, la sua andatura caracollante tra gli ombrelloni, qualche battuta, una stretta di mano. Poi arriva settembre,
Fal raccoglie la sua vita e torna dall’altra parte del mare.
Dovrei esserci abituato, appunto.
Invece oggi, mentre lo guardavo andare via, mi si è stretto qualcosa dentro.
Sarà la fine dell’estate, che a una certa età assomiglia maledettamente al tempo che passa. Sarà Fal, che non si lamenta mai e riesce a raccontarti una vita faticosa con la stessa naturalezza con cui io potrei lamentarmi perché il mare è mosso o perché la birra non è fredda abbastanza. Sarà che sto invecchiando anch’io.
Fatto sta che quando l’ho visto avviarsi verso la ferrovia mi è venuto addosso un magone che dal cuore ha provato a salire fino alla ragione, forse in cerca di una spiegazione, ma deve essersi perso per strada. È ancora lì, da qualche parte, e non sembra avere nessuna fretta di andarsene.
L’ho guardato affrontare lentamente la salita che dalla spiaggia porta verso la ferrovia, e mi è sembrato che in quella salita ci fosse tutta la sua vita. Quarant’anni di Sicilia, estati trascorse sotto un sole che per noi significa vacanza e per lui lavoro, treni presi con il corpo stanco, notti a Catania e pasti rimandati a quando si arriva.
Ma è quella sua mitezza che ogni volta mi spiazza. Fal non sembra avere conti da presentare alla vita. La prende come viene, se la carica sulle spalle insieme ai cappelli e alle borse e continua a camminare. Non so se sia rassegnazione, saggezza o semplicemente il modo che ha trovato per attraversare gli anni senza farsi schiacciare da loro, proprio non lo so.
So soltanto che oggi quel magone chiedeva udienza.
Arrivederci, amico mio. Spero davvero di vederti spuntare da dietro quegli ombrelloni per tante estati ancora, con la tua improbabile pagoda di cappelli sulla testa e il tuo bagaglio appeso al corpo.
Tu continuerai probabilmente a salutarmi sorridendo, come hai sempre fatto, e io continuerò a guardarti andare via con quel piccolo senso di colpa che ogni tanto si fa strada e viene a ricordarmi che tu e io siamo fratelli, soltanto che alla distribuzione delle vite abbiamo pescato due biglietti molto diversi.
Oggi, mentre salivi verso la ferrovia, avrei voluto alleggerirti almeno per un tratto di tutta quella roba che ti accompagna. Poi ho capito che il peso più grande non lo porti addosso, lo porti dentro.
Così sono rimasto a guardarti.
Vai piano, Fal, amico mio.
E vedi di tornare.
Quante strade dovrà percorre un uomo
Il tergicristallo sbuffava piano, come un vecchio che prova a masticare senza denti, mentre lei si sistemava sul sedile con quella cura che hanno solo le persone abituate a chiedere permesso anche all’aria. Faceva attenzione a non bagnare niente, come se la mia macchina fosse un salotto buono e io uno che invita ogni giorno i cardinali a prendere un tè.
Parlava a mezza voce, più per pudore che per mancanza di fiato. Raccontava che da Alì ad Allume lei ci andava tutti i giorni a piedi, storie di liti familiari non risolte, perché le galline mica aspettano il bel tempo per mangiare, e poi c’era da controllare l’orto, il limone malato, il cancello che cigolava, il gatto del vicino che non rispettava i confini. L’ombrello, diceva, era morto al ritorno, al primo soffio di vento e la pioggia non faceva sconti. Mani alzate ma nessuno sguardo benevolo. Uomini e macchine di corsa. Una storia così, detta con quella calma rassegnata che hanno certi vecchi muli di campagna, quelli che non ti chiedono mai nulla ma intanto partono sempre, docili e mansueti, perché sanno che quello è il loro destino.
Io annuivo senza fiatare. Il traffico era sparito e la pioggia si era fatta insistente, quasi ad accusarmi e a farmi dire che sì, ero proprio uno stronzo, irrecuperabile. Ogni tanto lei lanciava un’occhiata alla strada, come se temesse che stessi perdendo tempo per colpa sua. E io invece pensavo alla mia bella diffidenza di prima, alla scocciatura di dovermi fermare, alla lista delle cose da fare che mi ballava in testa come una tassa non pagata.
A un certo punto lei disse che non voleva disturbare, che, se preferivo, la potevo lasciare al bivio e il resto lo faceva a piedi. Lo disse con la stessa convinzione con cui un bambino dice “non ho fame” mentre guarda la vetrina di una pasticceria. Fu lì che mi partì quella fitta, proprio nel punto in cui di solito tengo la presunzione. Una puntura secca. Sgradevole e meritata.
Cazzo, se era meritata.
La guardai un attimo. Aveva le mani strette una nell’altra, come chi cerca una scusa per esistere. E più lei parlava, più io mi sentivo uno stronzo, di quelli che se la tirano a fare gli eroi in studio e poi, fuori, si seccano se c’è da fare qualcosa, dare un passaggio, soccorrere in mare qualcuno, non prevista dal proprio ordine mentale.
Così provai a recuperare di fronte al tribunale della mia coscienza dicendo che no, nessun problema. L’avrei portata fino ad Alì, che tanto ero di strada, e lei fece un sorriso che sembrava il primo dopo parecchi chilometri di solitudine. Un sorriso timido, corto, quasi non volesse occupare spazio. Invece ne occupò, e come, nella mia mente, togliendolo a quella forma di disordine morale che è avere il proprio interesse al primo e unico posto nella scala dei valori.
Il resto del tragitto lo facemmo in silenzio, ma un silenzio buono, quello che non pesa. E quando scese, dandomi la mano e ringraziandomi come se le avessi regalato una settimana al mare, io quella mano gliela strinsi forte e poi, sussurrando piano perché non potesse sentirmi le dissi: scusami…
E me ne andai, mentre la voce dolente e accusatoria di Bob Dylan mi rimbalzava in testa “Quante strade dovrà percorrere un uomo prima di essere chiamato uomo?”



